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mercoledì 12 settembre 2012

Bukowski mania: stile di ordinario citazionismo.



Stile esagerato e sboccato, spesso violento : Kerouak, Burroughs, Welsh, Tusset, ma soprattutto il celebre Charles Bukowski. C’è chi lo accosta alla tradizione della beat generation, ma probabilmente, dato il contenuto dei suoi racconti e delle sue poesie e lo stile che calza tutto ciò a pennello, potremmo definirlo un vero e proprio scrittore “pulp”. Grazie alle opere dei "cannibali" in Italia e al successo del film Pulp Fiction, la notorietà del "pulp" indusse il comico Bebo Storti a creare il personaggio dello scrittore pulp Thomas Prostata, protagonista di alcuni sketches del programma televisivo Mai dire gol. Il suo tormentone era la battuta "Pulp, molto pulp... pure troppo!". Vi sono anche scrittori non italiani che presentano uno stile molto simile, come ad esempio Chuck Palahniuk , uno dei maggiori esponenti dello stile pulp contemporaneo:  nel 1996 pubblica infatti il famoso Fight Club, che presenta già alcune somiglianze con il movimento letterario italiano e che diventa ancora più simile in romanzi successivi, stile che non perde neppure nelle sue ultime pubblicazioni, come per esempio Gang bang. Ma torniamo al grande Bukowski : in Italia conosce il successo nel 1978, sulla scia dei trionfi letterari francesi e tedeschi e, da non credere, in America é ancora un perfetto sconosciuto. Che fosse un insuccesso dovuto alla sua autenticità? E' lui che distrugge ogni forma di patriottismo negli Stati Uniti, è lui che vivendo in quella stessa società può raccontare la truffa dell’ “American dream”. Nel libro "Post Office" racconta dei suoi anni di alienazione presso un ufficio postale, descrivendo una società in cui il posto di lavoro non è mai sicuro, in cui si può lavorare per dodici anni presso la stessa azienda senza mai essere assunti dalla stessa, cosa che va ancora di moda oggi. Gli americani, con tutta probabilità, non gli perdonarono di essere americano, così come non perdonano il fatto che gli europei apprezzino uno scrittore che distrugge la società americana. Ma in Europa troviamo uno scenario completamente diverso: esplode una sorta di Bukowski mania, soprattutto a dieci anni dopo la sua morte. In Italia viene portato Bukowski a teatro con l'attore Alessandro Haber, dove viene narrata la sua accoglienza e il suo viaggio in Europa nel libro autobiografico "Shakespeare non l'ha mai fatto", il cui titolo è probabilmente una sua allucinazione alcolica, dove si descrive anche lo scandalo avvenuto alla televisione francese quando fu allontanato o malamente scacciato come un qualunque ubriacone molesto. Ma cos’è che rende Charles Bukowski così amato dalle nuove generazioni di perpetui citazionisti e/o  veri amanti della letteratura? Il vero successo di Bukowski sta nell'essere sempre stato Charles Bukowski e, successo o meno, ciò che più è importante è, aldilà di quello che ha scritto, ciò che poteva e può significare. Rispetto alla tradizione letteraria americana si sente che Bukowski realizza uno scarto, ed è uno scarto significativo: in una scrittura molto ripetitiva e sostanzialmente prevedibile, Bukowski fa irruzione con qualcosa di completamente nuovo, se stesso incarnato in uno stile. La Bukowski mania probabilmente, e purtroppo, è più una questione di apprezzamento vuoto di stile che di profonda empatia con il lettore. Ma d’altronde, lo stesso Bukowski afferma: “ Lo stile è una risposta a tutto. Un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso fare una cosa noiosa con stile è meglio che fare una cosa pericolosa senza stile. fare una cosa pericolosa con stile è ciò che io chiamo arte. Boxare può essere arte. Amare può essere arte. Aprire una scatola di sardine può essere arte. Non molti hanno stile. Non molti possono mantenere lo stile. Ho visto cani con più stile degli uomini, Sebbene non molti cani abbiano stile. I gatti ne hanno in abbondanza.”

lunedì 23 luglio 2012

Il Barocco Contemporaneo di Abed Mahfouz sfila ad “AltaRoma AltaModa”.


Martedì 10 Luglio, quinta giornata della manifestazione di moda “AltaRoma AltaModa”. La passerella della Sala Lancisi, all’interno del complesso monumentale di Santo Spirito in Sassia, si trasforma improvvisamente in un ponte, spaziale e temporale, che va dall’Oriente all’Occidente, dal Barocco all’età contemporanea: è la collezione Couture Autunno-Inverno firmata Abed Mahfouz, grande nome nell’alta moda internazionale. Lo stilista libanese, per l’appunto, ha presentato una collezione intitolata “Contemporary Baroque”, in cui l’opulenza e la ricercatezza di altri tempi si fondono alle texture innovative fatte di pietre, cristalli e paillettes, creando un effetto unico e persino dinamico, attraverso i movimenti morbidi dei dettagli in piume di struzzo, tulle e pizzo. Gli abiti da sera sembrano danzare, dando vita a una figura femminile che quasi fluttua, enigmatica e sofisticata: la donna è vestita di un’aura principesca ed elegante, ma allo stesso tempo eterea e innaturale, un po’ come una sirena dai toni cangianti. La palette della collezione s’ispira ai colori naturali e della terra, dal beige chiaro al fango, dal viola ghiaccio al frosty green, il tutto incorniciato dai ricorrenti fiori di organza tagliati al laser e applicati casualmente, che danno un effetto leggero e passeggero, un po’ come delle nuvole. Le stampe barocche, i disegni dallo stile ricco di dettagli sorprendenti, sono stati ripresi dalle tappezzerie di castelli e palazzi d'epoca, e poi riportati con pietre e swarovski ricamati sugli abiti, tono su tono. Gli accessori e i dettagli, invece, sono stati studiati per accentuare al massimo le forme femminili e disegnare il punto vita: cinture sottili e strette e fianchi imbottiti, proprio come nel '600. E, per chiudere in bellezza, un fantastico abito da sposa off-white arricchito di cristalli, per una donna sinuosa ma dall’allure esuberante.

sabato 12 novembre 2011

Tatoo e società, tra espressione di sè e filosofia del corpo.

Spesso veniamo a conoscenza di notizie come epatiti e gravi infezioni riportate in seguito a tatuaggi o all’applicazione di piercing. E’ certamente lecito chiedersi cosa possa spingere molti giovani e non a ricorrere alle pratiche “eccentriche” della body modification, ma è troppo facile e riduttivo risolverla con una semplice visione modaiola, di finto e costruito anticonformismo. Gran parte della società vede il forarsi naso, ombelico o l’ornamento tatoo come un’emulazione di mode lanciate dalle celebrità,  un modo per distinguersi dagli altri o peggio ancora, come afferma John Leo “un comportamento che nasce da un misto di insoddisfazione e provocazione, dato dal desiderio di indispettire i genitori e scioccare la gente”. Per una volta lasciamo da parte perbenismo, canoni sociali stereotipati e giustificazioni salutistiche e statistiche. Il tatuaggio è un’usanza antica quanto l’uomo, che va ben aldilà dell’estetica, e data la sua natura permanente, l’attributo di moda cade con estrema facilità: tutto ciò va ben aldilà della moda, e può assumere un profondo significato psicologico e ideologico, un modo per riappropriarsi del proprio corpo, per recuperare un’unicità che progressivamente vediamo violata dalla moltitudine con cui veniamo a contatto ogni giorno.  Individualizzare il proprio corpo è ciò che può definire e caratterizzare chi non vuole far parte di una massa amorfa, un modo per dire “Io mi accetto per come sono, ma diversamente da te e anche da te, perché posso giocare col mio corpo. Io mi accetto per come sono, anche se non corrispondo al tuo modello ideale.” Attribuire un significato profondo a un’immagine o una scritta che raccontano qualcosa di noi o delle nostre esperienze rappresenta il bisogno d’espressione che l’uomo ha dentro di sé dai tempi più antichi, un bisogno che oggi viene interpretato da tutti coloro che consciamente o non scelgono di imprimere qualcosa non solo nella mente. Secondo il neotribalismo, corrente che esplica gli sviluppi contemporanei delle antiche tradizioni del piercing e del tatuaggio, questi sono delle vie fisiche (e non solo) per distaccarsi dalla moderna società industrializzata. Cos’è diventato l’individuo nell’odierno sistema occidentale e capitalistico? Un produttore e consumatore di merce, un sottomesso alla merce, alla sua vendita, al suo consumo: tutto ciò non fa che bistrattare e infangare il corpo, allontanandolo dalla natura, da ciò da cui proviene. Perché non riappropriarsi di tutto ciò con questi “rituali”? Un po’ come i nostri antenati, probabilmente manifestiamo l’idea del giungere alla mente tramite il corpo, del dolore come una forma di conoscenza diversa e integrale. Il nostro corpo ci appartiene, lo sentiamo, lo viviamo, e se la body modification può esser vista primitiva, contro natura e immorale, date un’occhiata agli stravolgimenti che gli uomini “civili” apportano ai prodotti di madre natura: steroidi, body building, diete estreme, tinture, raggi UVA, chirurgia plastica. Da cos’è data la differenza? Da una cultura in cui il bagaglio dei valori è stato spazzato via dai media, da una nuova e “incosciente” coscienza pubblica. In questo senso l’arte corporale ha tanto da dire, come modo per riempire quella mancanza di valori, di spazi e di creatività della modernità. D’altronde, pensandoci bene, nessuno vorrebbe abitare tutta la vita tra quattro mura spoglie: tutti presi a inseguire bisogni che poco hanno a che fare con la nostra natura profonda, ci dimentichiamo di quanto il corpo sia la nostra vera casa. Un corpo che nessuno ha scelto ma a cui allo stesso tempo siamo attaccati, temendo troppo per la sua fragilità: il pensiero deve abitare il corpo, ma deve anche poter camminare assieme ad esso e, perché no, decorarlo e comunicare noi stessi senza bisogno di parole.




lunedì 10 ottobre 2011

Spunti à la garçonne: la donna porta i pantaloni!




Lasciando da parte le questioni freudiane legate all’invidia femminile nei confronti della figura maschile , si può dire che sono molte le donne che amano arricchire il proprio stile con qualche dettaglio mascolino per un tocco di austerità in più: è proprio da questo scontro tra l’anima romantica e quella severa, tra la delicatezza e la sfrontatezza, che nasce un look elegante, cangiante, ipnotico. E’ così che appare magicamente un essere dalla bellezza algida e intangibile. E’ questo che ci attende per la prossima stagione autunno-inverno? Sulle passerelle abbiamo visto nuove e stravaganti tendenze, ma forse una delle più interessanti è proprio quella che vede protagoniste le donne che sembrano pescare dal guardaroba dei propri fidanzati per dichiarare una forte presa di posizione senza rinunciare alla propria femminilità, ma bensì per esprimerla con uno stile androgino e sottilmente ambiguo. Sono numerosi gli stilisti che hanno deciso di vestire la proprie modelle con abiti maschili, seguendo lo stile “à la garçonne”. Capo di culto in questa stagione è sicuramente il blazer, la giacca dal taglio maschile declinata in vari modi dalle differenti case di moda, ma spopolano anche tagli di capelli corti, camicie da uomo e gli immancabili pantaloni, innegabilmente femminili. E pensare che nel Trecento pareva ovvia l’esclusione delle donne dal portare indumenti che non fossero sottane: ricordiamo che uno dei motivi per cui Giovanna d’Arco finì sul rogo fu proprio la mancata rinuncia alle sue brache aderenti. Bisognerà aspettare i couturier europei del primo Novecento nonché la celebre Coco Chanel per la proposta femminile di questo capo, e finalmente l’haute couture ha scoperto il casual! Insomma, un vero e proprio femminismo della moda, uno stile mascolino che affonda le sue radici solo all’inizio del secolo scorso e trova un’icona nel romanzo di Victor Marguerite "La Garçonne", manifesto della donna emancipata. E chi poteva presentare una tale linea di tendenza per il 2012 se non Chanel? Per il celebre brand, la parola d’ordine di questa stagione sarà sovrapposizione di linee e tessuti, per dar vita a questa ispirazione maschile con quel tocco “girlie” che non poteva di certo mancare. In primis la comodità, a cui Chanel regala sfumature rock con anfibi, lunghe cappe in lana e grandi tasche in pelle nera, e bon ton, con mini abiti dal taglio gilet e vestitini in chiffon.  Anche Dolce & Gabbana non si lascia sfuggire questa misteriosa aura di androginia, con pantaloni spezzati al polpaccio, calzini in bella vista e bretelle. In questo tipo di look è certamente di grande importanza la ricerca del dettaglio, dall’ occhiale dalla linea pulita e geometrica al cravattino allentato nel modo giusto. Ma se abbiamo fretta e vogliamo indossare qualcosa che colpisca e al tempo stesso sia comodo e portabile possiamo scegliere anche una semplice camicia bianca, da accompagnare con un cravattino nero o un nastro lasciato morbido. Oppure, se si ama una bella giacca da lavoro dalle linee maschili è buono concedersi una bella scollatura o degli shorts che lascino in vista la gamba nuda. Insomma, il consiglio è sempre quello di mixare sapientemente l’emisfero maschile con quello femminile, perchè un bel tacco 12 non guasta mai!

domenica 2 ottobre 2011

Diversamente presente


La folla, il caos, la freneticità contemporanea non mi intimidiscono, fanno parte di me ma non condizionano il mio essere. Io ci sono, e non ho paura di osare ed esprimermi nell’apparenza, ma la mia autenticità va aldilà della sfera sensibile, percettiva, aldilà del senso comune. Io sono qui, ma dappertutto: per conservare la mia unicità, per non essere risucchiata nel vortice della banalità e delle scelte già fatte, ho bisogno di un mondo che solo io posso raggiungere. Ho una chiave di cui nessuno ha la copia, per lanciare un ponte tra realtà e pensiero, tra routine ed immaginazione, tra il presente e i bei ricordi. La folla non potrà mai raggiungermi, non potrà mai giudicarmi, non potrà mai capirmi, ma potrà solo chiedermi perché. Perché sei qui ma dappertutto? Perché l’immaginazione porta ovunque, non ha regole, non ha limite, non ha delusione, perché rifletto me stessa nell’apparenza ma nessuno potrà mai vedere la vera figura che per tutti è solo un frammento sfuggente.













La mia idea è nata dalla riflessione sul contrasto tra preoccupazione per la propria libertà di espressione nell’ originalità e la “minaccia” rappresentata dalla moltitudine con cui veniamo a contatto ogni giorno, che spesso pregiudica l’identità e le scelte personali. L’unica difesa in tal senso è l’immaginazione: permette di rendere visibile il nostro essere nello stile, ma è anche lo strumento che permette di abbandonarci ai pensieri, per distaccarsi almeno temporaneamente dalla realtà, a volte troppo opprimente e ripetitiva, a costo di presentare un’espressione assente. I quattro scatti rappresentano in modi diversi questo contrasto conflittuale ma per niente contraddittorio. La protagonista presenta sempre lo stesso atteggiamento “diversamente presente”, ma è decisa e intenzionale nell’espressione della propria immagine. Nella prima foto ci troviamo per la strada, ambientazione tipica della città: una città/giungla, in cui appare ironicamente la sua “regina” in perfetto stile animalier, ma che in quel momento non ne fa assolutamente parte, risulta al di sopra di tutto ciò che le sta intorno, perché il suo pensiero vola in alto. Nella seconda foto ecco un altro luogo della quotidianità: la metro. Da un mezzo pubblico all’altro, da casa al lavoro, tutto è governato dalla sobrietà, per il resto non c’è tempo. Per la nostra protagonista glam rock con un tocco burlesque tutto ciò non ha senso: perché mettere la comodità al di sopra dell’espressione di sé? Nella terza foto la folla si affretta ad acquistare frivolezza e mode pronte, ma tutto ciò è poco interessante: meglio creare un glam tutto nuovo, alternativo ma con stile. Nell’ultima foto viene celebrata l’immaginazione attraverso la lettura, un po’ come se fosse un’arma. Tutto ciò pare necessario per il  cammino verso la costruzione della propria identità personale, un cammino vario che non finirà e che è un piacere percorrere, perché ogni tentativo di differenziazione sarà sempre una necessità della persona.

Progetto di Fashion Styling_IED Rome


Exia


lunedì 30 maggio 2011

Il new dandy: per un uomo intraprendente, grintoso, “rockmantic”.







Consapevolezza individuale, conciliazione di bellezza e moda, mistero e aria intellettuale, apparente distacco dalla realtà: tutto ciò è l’uomo “new dandy”, colui che esprime uno stile che viene da lontano, che ha gusti, ma non pietrificati, e che è capace di creare un mix sapiente di originalità e classico, a volte sforando volutamente l’eccentricità, per non apparire mai il semplice “trendy snob” della domenica. Il new dandy si ispira al passato, all’atmosfera decadente ma nutrita di edonismo e  amore malinconico per la vita fugace; è enigmatico perchè rompe gli schemi e ne crea di nuovi, rifiutando da sempre la falsa aristocrazia e il perbenismo borghese, i suoi valori sterili dell’utile e del guadagno.  Infatti nella vita, come l’esteta di fine Ottocento, il new dandy è colui che ostenta eleganza e ricercatezza, contro la volgarità e l’arroganza borghese; si erge al di sopra delle masse, infrange il moralismo dominante e, anche solo con il proprio aspetto e stile provocatorio, conserva un grande valore di contestazione, accompagnato dal culto dell’arte come forma stessa di vita, come sfida al mondo materiale che ha messo al margine l’incanto e la sacralità dell’arte. E qual è il modo migliore di fare della propria vita “un’opera d’arte”, come afferma l’intramontabile Oscar Wilde, se non iniziare ad essere un’opera d’arte? La risposta viene data certamente dalle collezioni primavera-estate 2011, che portano in passerella un uomo classico, ma innovativo e sfrontato, dandy per l’appunto. L’equilibrio perfetto tra formalità e casual personalizzato è stato raggiunto certamente dalla collezione Gucci di Frida Giannini, in cui il valore del dettaglio e la creatività disinvolta fondono al meglio la raffinatezza impeccabile allo spirito urbano più eclettico: un lusso senza tempo, tra seta ultraleggera, denim dal taglio classico e doppipetti. I giochi di colore vanno dalle diverse gradazioni di blu ai toni della terra, fino ai grigi polverosi da “poeta maledetto” e ai nuovi cromatismi sul rosso delle texture pregiate. Ma non solo, la naturale eleganza del bohèmien si esprime anche nello stile più “scanzonato” da viaggiatore instancabile e ironico, come nei modelli Enrico Coveri, Kenzo e Versace, dove spopolano i quadri e le righe come vero e proprio must di stagione anche nelle giacche e negli immancabili smoking serali. Insomma, un’eleganza statement si, ma che va ben oltre le regole, e lo fa con stile e nonchalance! La vanità senza limiti si unisce alla tradizione anche nelle sfilate “british post punk” di John Richmond, un concentrato di capi unici e nel complesso austeri, che guarda all’uomo grintoso che non ha paura di rischiare, basti notare i contrasti abilmente ponderati tra stile futuristico del nylon e dei tessuti tecnici uniti alla pelle e alle pellicce da vero rocker. E’ la rivincita dell’intellectual-chic , da Wilde a D’Annunzio e Baudelaire, che da vita ad una perfezione sofisticata ma stravagante, con una tendenza al gusto rétro ma anche rock e romantico, potremmo definirlo “new rockmantic”, in cui la passerella è illuminata da un bagliore notturno, immersa in un’atmosfera di ambiguità enigmatica, in cui l’uomo esibisce la propria diversità “superiore” e si diverte a stupire, avanzando con stile verso il successo.

Una stagione fluo ed eccentrica, il protagonista è il Colour Blocking!

“Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento; io e il colore siamo tutt’uno”: questa celebre frase del grande pittore Paul Klee potrebbe essere considerata una sorta di manifesto della prossima primavera-estate, una stagione di moda all’insegna del colore, del colore allo stato puro, tra vernici lucide e trasparenze. Se non avete ancora acquistato qualcosa di fluo, in particolare un immancabile accessorio macro, siete giusto in tempo per stare al passo con le tendenze, che riprendono un po’ i must dei decenni precedenti, a partire dagli anni ’70.  Il design è infatti minimal e geometrico, ma la semplicità delle linee, che segue un canone di misura all’insegna della semplicità, è perfettamente controbilanciata da un’esplosione di colori: si proietta così un’immagine spaziale che rompe con l’ambiente circostante per rimanere impressa, ed è impossibile che impallidisca o svanisca nell’immaginario dello spettatore. E’ proprio questo l’obbiettivo del “colour blocking”, rendere  l’outfit  dirompente, che non risulti per niente timido o insicuro ma anzi, pronto ad accostamenti del tutto insoliti, per una donna provocatrice che effettivamente può permettersi questi contrasti netti e “vitaminici”. Il tripudio di colori da la possibilità di sperimentare sempre nuovi accostamenti, ma attenzione! Il monocolore non dovrà essere abbinato con un neutro bianco o nero, ma con un colore altrettanto forte, magari meglio se un complementare del primo, un po’ come le nuove pochettes bicolore Fendi. E’ ora di dire addio al total black che ci ha accompagnato in questi mesi freddi e impegnati, per buttarsi nel brio e nel divertimento della primavera e delle prossime vacanze, un’atmosfera già palpabile nelle ultime sfilate “fluo” di Milano, New York e Parigi: mettiamo da parte le tinte tenui e gli accostamenti armonici per dare il benvenuto ai sgargianti fuxia, rosa shocking, bluette, verde acido e così via, dagli occhiali da sole in stile vintage alle scarpe e alle borse con dettagli in pvc, che enfatizzano ancora meglio questa inclinazione very pop che parte dalla strada. E’ proprio a quest’origine street style che si attiene anche la nuova collezione Killah, unendo colorazioni fluorescenti a stampe elettriche: un total look multicolor che fa proprie le tonalità aggressive e le forme vivaci per dare una nuova luce alle giornate della metropoli. Ma l’arancio, il lime e il blu elettrico non si fermano al clothing, investono anche il beauty, con ombretti e rossetti neon che rendono il viso vivace e fresco, illuminandolo e reinventando il make-up, per non parlare degli smalti, su unghie rigorosamente corte: le nuances più gettonate sono il giallo canarino e il verde acido, una sorta di gara a chi mostra la tinta più vistosa e improponibile. Potete sbizzarrirvi come meglio credete ma appunto, fatelo, perché la parola d’ordine della prossima stagione è stupire, non passare inosservate, ed esaltare la bellezza inusuale e non convenzionale, per puntare sull’eccentricità e dare vita a un glam tutto nuovo.

Emancipazione femminile, evoluzione nello stile.

I cambiamenti sociali, si sa, non sono circoscritti, ma vengono riflessi in ogni sfera del reale e non solo: prima di tutto si manifestano nella sfera artistica, in quel mondo che lancia un ponte tra sogno e realtà a tutti, ma che pochi possono comprendere, interpretare ed intuire prima che il cambiamento venga a “bussare”materialmente alla nostra porta. La moda è un’espressione sottile di questa conoscenza più originaria e sensibile, precorre le atmosfere che viviamo e che vivremo, ha un “fiuto” particolare. Nel corso del ‘900 questa qualità quasi preveggente si è manifestata in una delle lotte fondamentali dell’umanità per l’uguaglianza e la democrazia, quella per l’emancipazione femminile; il ruolo della donna ha compiuto un percorso in continua ascesa, che nel mondo della moda ha corso lungo quel doppio canale per cui le tendenze anticipano ma allo stesso tempo confermano il perenne riassestamento sociale. Il ‘900 è stato un secolo che l’uomo ha quasi dovuto rincorrere per stare ai tempi, un po’ come la donna stessa e la sua affermazione che minacciava di spostarlo dal podio. Dalla seconda rivoluzione industriale tutto ciò fu molto evidente: in Inghilterra le fabbriche tessili iniziarono a determinare una grande trasformazione nel vestire, fornendo buoni tessuti a prezzi sempre meno elevati e moltiplicando quelli leggeri, colorati, esotici e decorativi, decisamente adatti per l’estate e i sabati danzanti, per una donna che ormai poteva frequentare ambienti mondani di ogni genere. Tra il 1890 ed il 1910  l’affermarsi della fabbricazione in serie abbassò i costi e rese accessibili gli abiti alla moda anche ai ceti meno abbienti, soprattutto dopo la distribuzione sempre più diffusa nei grandi magazzini. La moda viene presentata in tutto il suo splendore dagli anni ’50 in poi: il mondo viene travolto dal “New Look” del francese Christian Dior, tra spalle scoperte e scollature vertiginose, e Parigi diventa la capitale della moda; con l’arrivo del rock n’ roll nelle sale da ballo c’è spazio solo per reggicalze, mini abiti e soprattutto minigonne, grazie alla novità introdotta dalla stilista Mary Quant. La moda diventa sempre più unisex, prende ispirazione più dalla strada che dalle sartorie e l’etnico domina su tutto, anche grazie alla libertà morale e sessuale veicolata dagli hippies, i primi a rifiutare il consumismo e…la biancheria intima! Negli anni ’70 il punk domina Londra e non solo, e il livello di inibizione si abbassa sempre di più non solo per le minigonne, ma anche per le calze rete e i tacchi alti. Negli ultimi decenni la mentalità comune ha subito un’apertura notevole, in particolare da quando la donna ha iniziato ad essere sempre più presente nel mondo del lavoro: compaiono i pantaloni e la gonna pantalone, tutti capi funzionali nella quotidianità e nella battaglia femminile per l’uguaglianza dei diritti. Una delle figure emblematiche nella rivoluzione del concetto di femminilità è stata sicuramente Coco Chanel, che seppe interpretare al meglio lo spirito modernista della sua epoca, prefiggendo una nuova immagine della donna, libera, indipendente dall’uomo, moderna e all’avanguardia: ha saputo dar voce al bisogno di un’effettiva riforma sociale del ruolo e dello stile di vita femminile, unendo eleganza e raffinatezza alla praticità e al comfort. Negli ultimi decenni nella moda non si può più distinguere uno stile preciso che definisca la donna, perché la donna non è più in gabbia, può permettersi tutto, dall’essenzialità alla frivolezza, e il ruolo dello stilista è ormai quello di un consigliere che non impone nulla: si distruggono le forme, si miscelano i colori, si fondono tendenze contrastanti, all’insegna di una nuova modalità di pensiero, più dinamica e meno bigotta. Il tempo scorre inesorabilmente, e nel nostro mondo non c’è più spazio per una ragione restrittiva e costrittiva che orienti le nostre scelte, tutto è possibile e tutto cambia. L’evoluzione del ruolo femminile nella società ci dimostra che legarsi troppo al passato e all’abitudine, rimanendo scettici e timorosi, ci lascia fermi al punto di partenza senza possibilità di intravedere una meta, di reinventarci e progredire: questo cammino riguarda tutti ma…in tacchi ha indubbiamente più stile.