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domenica 28 ottobre 2012

Le Kilim et la mode, le corps et le temple.




Le Kilim: textures tissés d'histoire et tradition. Pas seulement de l’art, mais aussi un document qui n'est pas écrit, mais c’est à lire à travers une interprétation symbolique des formes qui y sont reproduits. Dans l'histoire du tapis, l’ensemble de ces figures géométriques, étroitement liés à la technique de tissage, a évolué dans des conceptions plus sophistiquées et complexes qui reflètent les traditions des différentes communautés tribales, la religion, les croyances et les superstitions qui les caractérisent. C’est à partir de cette imagerie fascinante qui la poétique de Moonchild Paris attire, née de l’imagination de Pascale Koehl, qui fut styliste de la marque française “April 77” durant sept années. Haute qualité et garantie du respect pour le cadre de vie et le bon traitement des animaux utilisés pour la tonte, comme le juste salaire et la considération des droits des tricoteurs et tisseurs qui travaillent à la main selon leur savoir-faire artisanal. Moonchild offre des collections plus authentiques qu’ethniques, un rencontre entre une culture urbaine et des ateliers artisanaux péruviens, où  tous les modèles sont réalisés à la main en 100% Alpaga.  Une mode qui donc n'est pas trivial, mais le résultat d'un riche apparat iconographique, tissu comme une tapisserie. Le Kilim est beaucoup moins durables que le tapis traditionnel, qui a un manteau qui protège la chaîne et la trame, donc il n'est pas surprenant que peu nous ont été rapportées du passé, mais il a quand même réussi à arriver jusqu'à nous. Le kilim peut être purement décoratif ou peut être utilisé comme un tapis de prière: encore une fois, la mode nous rappelle que notre corps est notre temple.

http://vimeo.com/50162870







La “morte” della ragazza convenzionale: Suicide Girls.



Ragazze con la mania dell’esibizionismo e la tendenza al suicidio? Niente di tutto ciò. Le Suicide Girls, ragazze alternative che non mirano alla morte, come molti erroneamente credono, indicano  nient’altro che il “suicidio” della classica ragazza per bene, per lasciare spazio a quella che definiscono la vera essenza del loro animo: “ What some people think makes us strange or weird or fucked up, we think is what makes us beautiful." Questo é il loro motto, ma la risposta della società quale potrebbe essere? Non sarà semplice, e varierà in base al carattere e alle credenze di chi guarda, ma ciò che é certo éche il fenomeno “Suicide Girls” é ormai ben più che una moda: un vero e proprio movimento che sta toccando anche la nostra penisola.  La “community” venne fondata anni fa dalla fotografa americana "Missy Suicide", che iniziò a fotografare delle ragazze particolari e dichiaratamente alternative senza veli e senza la paura di nascondere segni e imperfezioni fisiche da parte di queste ultime. Il nome é un omaggio manifesto al romanzo preferito di Missy, "Survivor", di Chuck Palahniuk. Uno dei lati positivi e genuini dell’arte portata avanti dalle modelle e dai fotografi Suicide é la negazione del silicone e di qualsiasi altro ritocco, persino quello del sempre presente Photoshop. Possiamo benissimo definirle le anti-conigliette di Playboy, le anti-veline, una via di mezzo tra i personaggi degli anime made in Japan e il punk degli anni settanta. Nell’universo delle Suicide Girls ogni donna é splendida perché diverso e unico modello di femminilità: ogni corpo femminile é capace di osare, di provocare e d'inquietare. Questa é la libertà che é possibile, e per loro necessario, esprimere. Per i "contrari" questo é solo un altro modo per esibirsi, senza nessuna filosofia da portare avanti, ma sappiamo bene che dietro ogni tendenza e ogni minimo interesse si cela sempre un meccanismo misterioso e socialmente affascinante, soprattutto nel caso delle Suicide Girls: é come se queste belle e meno (secondo i canoni estetici predominanti, ovviamente) ragazze, incarnino, più degli altri tipi di bellezza, il "lato oscuro" dell'immaginario maschile, soprattutto quello in cui esistono donne che non chiedono il permesso, che si autoaffermano a tutti i costi e che fanno del loro corpo prima di tutto un tempio per sé stesse, scegliendo il proprio look, e rendendolo il più simile possibile al loro vero “ego” , attraverso piercing e tatuaggi che raccontano un po’ si sé. Sicuramente il risultato sarà uno strumento di lavoro oltre che di piacere, portando tutto ciò all'esterno e mostrandolo al mondo grazie alla dedizione di fotografi e stylist indipendenti. Il loro non allinearsi ai trend, alle mode e ai dogmi della bellezza tipici delle riviste di moda é un chiaro segnale di rifiuto delle norme comportamentali ed estetiche convenzionali.  L’approccio fotografico é ricco di fantasia, la varietà delle modelle incredibile e la libertà di potersi autorappresentare al di fuori dagli schemi é unica e simbolica:  Suicide Girls non significa soltanto essere  tatuate o piene di piercing, ma anche costruirsi uno stile di vita che corrisponda a profonde esigenze di indipendenza personale, senza mai rinnegare la propria femminilità. Questo é il mondo delle Suicide Girls, una dimensione di cui si parlerà ancora per molto tempo e che vale la pena di visitare con curiosità.




Le tendenze haute couture: Paris Fashion Week.


Come ogni anno, nella capitale di Francia nonché una delle capitali della moda mondiale, si è tenuta una delle settimane più scottanti del fashion system annuale, che ha visto sfilate varie e luccicanti sparse un po’ per tutta Parigi. Iniziamo da un must dell’eccellenza francese, Louis Vuitton:  quest'anno la sfilata faraonica di Louis Vuitton porta il pubblico dentro un centro commerciale immaginario, frutto della scenografia dell’artista francese Daniel Burden, che ha portato sulla passerella i vari gruppi di modelle per insieme di colore, in cui dappertutto risuona l’eco inconfondibile della fantasia a scacchi della celebre maison. Gli abiti sono come delle colonne verticali, e le geometrie sono definite da colori neutri come il bianco e il nero e da altri più vivaci e anni ’60 come il giallo e il verde. La sottolineatura del grafismo e delle linee dritte si notano anche nelle scarpe e nelle borse: le prime presentano tutte mezzi tacchi, per dare un’aria “inquadrata” e poco frivola, e le seconde non sono altro che rigorosi bauletti rettangolari. Chanel, dal canto suo, non esprime per niente tutta questa “austerità” e si lascia andare alla leggerezza e alle forme un po’ aerodinamiche, come la nuova borsa-provocazione a forma di hula-hop. Karl Lagerfield ci sorprende ancora una volta attraverso una scenografia faraonica che ha come tema portante le energie alternative: la passerella, infatti, è una lunghissima serie di pannelli solari da cui si ergono gigantesche pale eoliche, per riprendere appunto quel’idea aerea espressa fin dall’inizio, ma non solo: è un messaggio importante quello manifestato dalla maison della doppia C, che pone l'accento sull'aumento delle temperature terrestri e sulla necessità di investire in fonti diverse da carbone e petrolio. Gareth Pugh propone invece una sfilata degna del proprio stile unico e inimitabile: le silhouettes diventano figure femminili dall’allure dark e futuristica, per certi versi un po’ inquietante ma dal fascino che rapisce, con influenze stilistiche e geometriche che vanno dall’800 allo stile orientale. Givenchy ci incanta attraverso la semplicità di un susseguirsi di pezzi minimal estremamente eleganti e dal taglio irregolare e sbilanciato, per smorzare un po’ l’aria fin troppo seriosa delle tinte unite nere, azzurrine e bianche (e anche delle modelle): il tutto è incorniciato da dettagli in voile, estremamente femminili e che rendono l’architettura degli abiti un po’ un’evocazione moderna di un misto tra ali ed onde. Come chiudere un bellezza se non parlando di un'altra colonna portante come Yves Saint Laurent? La maison ha creato qualcosa di unico e irripetibile: le modelle portano in passerella dei cappelli voluminosi e misteriosi, ben in linea con gli abiti altrettanto imponenti, una via di mezzo tra il classico abito da sera e le minigonne casual, tra una rivisitazione del taglio imperiale e la classica tenuta à la garçonne, in cui fa da protagonista un tripudio di diversi tessuti, tutto all’insegna del total black senza tempo.






mercoledì 8 agosto 2012

The butterfly effect


Trucco moda "The butterfly effect"
MUA: Cinzia Avellino
Photo: Essia Sahli
Model: Gessica Cristiani

L'intimo femminile, una "scoperta" rivoluzionaria.



E’ di qualche tempo fa una delle scoperte che potrebbe rivoluzionare la storia della moda: un reggiseno assolutamente simile a quello dei giorni nostri, con tanto di coppe, risalente al XV secolo.  La rivelazione  arriva da un castello del Tirolo, dove sono stati ritrovati quattro reggiseni usati fra il 1440 e il 1485. I più antichi della storia della moda, che a questo punto "andrà riscritta", dice l'archeologa Beatrix Nutz, responsabile della ricerca sui tessuti. Il ritrovamento è datato in realtà nel 2008, quando un team archeologico dell'università di Innsbruck, durante i lavori di ristrutturazione di un castello nel Tirolo dell'est, ha individuato una piccola discarica medioevale in una cavità del palazzo. Ciò che ha stupito immediatamente è stata certamente la forma della coppa, dato che prima di questa scoperta, infatti, la nascita del reggiseno è sempre stata datata nell'Ottocento. La storia della moda diceva finora che le donne, prima dell'Ottocento, indossassero solo una sottoveste di lino, mentre, nell'antichità, le donne greche avrebbero utilizzato delle fasce di stoffa. Le coppe, insomma, sono sempre state ritenute un'invenzione moderna. Ma l’intimo vero e proprio quando è nato? La nascita dell'abbigliamento intimo si fa risalire all'antico Egitto, quando la nobiltà femminile inizia ad indossare delle tuniche a diretto contatto con la pelle. Queste divengono camicie, per venire poi indossate anche dalle donne greche: non sono altro che delle vesti di lino che arrivano fino ai piedi. Nei primi capi di abbigliamento intimo della storia, si nota la principale funzione che ebbero nel corso dei secoli: nascondere, comprimere ed appiattire le forme. Per la loro natura gli indumenti intimi hanno sempre rappresentato nella storia qualcosa da celare e da non nominare e per questo furono relegati per tanti anni alla sola sfera privata. La biancheria nel senso moderno del termine, si pensava fosse ancora sconosciuta nel Medioevo, cioè che fosse esclusivamente una tendenza presso le famiglie nobili di indossare capi più fini sotto gli abiti, per separarli dal diretto contatto con la pelle: perciò la scoperta nel castello del Tirolo appare così sensazionale. La storia della biancheria intima è parallela a quella dell’emancipazione femminile, segna il passaggio dalla condizione sociale di costrizione a quella di libertà, dai corsetti con le stecche di balena, che sottileavano la schiavitù, l'impaccio e la difficoltà di movimento, ai più succinti tanga di oggi. Perciò il secolo scorso è stato così rivoluzionario, un secolo che ha visto numerosi stravolgimenti nel mondo dell'intimo donna, dovuti anche all'industrializzazione e alla scoperta di nuovi materiali.


lunedì 23 luglio 2012

Bisessualità: androginia platonica o tendenza confusa?




Oggi nella rete, come nella realtà, essere bisessuale per una donna sembra davvero essere il passepartout per conquistare un uomo e non solo. E’ una tendenza effettiva o una moda vera e propria? Che due donne assieme siano la fantasia di ogni  uomo eterosessuale non è cosa nuova, come non è nuovo il desiderio delle donne di sperimentare la propria sessualità, molto più fluida di quella maschile. Quello che però viene da chiedersi è: per chi bisessuale lo è davvero, ovvero per quelle persone davvero libere che si innamorano di entrambi i sessi, quella che viene professata esclusivamente come moda, non diventa forse dannosa? O siamo tutti vittime dello stesso contesto sociale e la bisessualità è solo il costume di questi anni? Sicuramente l'incertezza diffusa, l'insicurezza cosmica che ci circonda in ogni ambito della nostra vita, alimenta la paura dei legami solidi, la diffidenza nei confronti dell'amore e dei sentimenti puri, alimentando la necessità di vie di fuga, di cui la bisessualità potrebbe risultare una delle tante. E' anche vero che oggi siamo nell'epoca delle morali labili, del compromesso, delle mezze verità, e quindi professarsi lesbiche non paga più, perché lega le donne ad un immaginario femminista obsoleto, che le porta a rifugiarsi in etichette meno rigide. Questo non fa altro che aumentare il caos nei rapporti con se stessi e con gli altri. Ma questo potrebbe essere tutt’altro che negativo. Ognuno di noi è cresciuto con l’ideale della coppia etero, in cui la donna da importanza all’uomo e viceversa: chi è che invece da importanza alla “persona”? In ognuno di noi convivono parti maschili e parti femminili. Ciascun sesso porta in sè tratti dell' altro sesso. "All' inizio della vita si può parlare di una vera e propria androginia", conferma Claudio Risè, psicanalista e scrittore. "Nella fase embrionale, infatti, sono presenti da un punto di vista biologico sia le strutture di base maschili che quelle femminili. Nel corso della gestazione si verifica una regressione dei tratti di uno dei due sessi, per arrivare poi alla definizione dell' identità sessuale". Ecco perchè non è poi così sconvolgente manifestare tendenze bisessuali nell' età adulta, anche se, nella maggioranza dei casi, si tende a tenerlo nascosto. L' omosessualità è una condizione ormai accettata praticamente da tutti, mentre il bisessuale è ancora visto da alcuni come qualcosa di perverso e sbagliato. In realtà in tal senso vi sono dei risultati che parlano chiaro: secondo l' ultimo sondaggio dell' Asper (Associazione per lo studio dell' analisi psichica e la ricerca sessuologica) sui comportamenti sessuali degli italiani, il 14,6 per cento degli uomini e il 12,1 per cento delle donne tra i 18 e i 50 anni si definiscono bisessuali. Un fenomeno in aumento, e non solo. Il 34% è convinto che la naturale tendenza degli esseri umani è la bisessualità, e che poi è la società che impone ingiustamente di fare una scelta, come per voler placare l’androgino che costituisce ognuno di noi: un po’ come nel Simposio di Platone, in cui Aristofane, nel dialogo, narra di un terzo genere, non figlio del Sole come gli uomini, non figlio della Terra come le donne, ma figlio della Luna, che della natura di entrambi partecipa. Il mito racconta che la completezza autosufficiente rese gli umani androgini così arroganti da immaginare di dare la scalata all'Olimpo, e Zeus fu costretto dunque a separare ciascuno di loro in due metà, riducendoli a solo maschio e solo femmina. Quella che viene definita "l'umana nostalgia dell'interezza", mai placata, è la radice e in qualche modo la costrizione all'amore, oppure “alla brama e all'inseguimento dell'interezza, ebbene, tocca il nome di bisessualità”? C’è da dire che anche tra le star di tutto il mondo la tendenza bisex esercita una grande influenza: Kylie Minogue ha rivelato, ad esempio, di essere affascinata e attratta da certe donne, con cui flirta naturalmente. Sono parole che non stupiscono affatto, visto che la pop star australiana è una delle tante donne dello spettacolo che si è cimentata in dichiarazioni di questo genere, basti pensare a Madonna e alla sua performance con Britney Spears e Christina Aguilera agli Mtv Awards, alle affermazioni di MeganFox, e addirittura alla lunga relazione tra Lidsay Lohan e la dj Samantha Ronson. Bisex è bello e fa tendenza, ma è necessario tener conto che alcuni, oltre alla curiosità del momento, passano una vita intera a innamorarsi di una personalità, di un carattere, di una persona.


mercoledì 20 giugno 2012

Impossible conversations: Elsa Schiaparelli e Miuccia Prada oltre i passaggi epocali.



La “Grande mela” ha inaugurato il 10 Maggio la mostra “Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations”, uno degli eventi più attesi dell’anno: una ricerca di affinità tra due grandi stiliste di epoche diverse, nonchè occasione per ribadire l'importanza del made in Italy a livello internazionale. La kermesse ha luogo in un tempio dell'arte contemporanea mondiale, il MET di New York,  e vuole creare una sorta di parallelo tra Elsa Schiaparelli e Miuccia Prada. Ispirata alle "Interviste impossibili" di Vanity Fair degli anni ‘30, la mostra presenta un dialogo immaginario tra due donne iconiche per suggerire nuove letture del loro lavoro innovativo attraverso i loro diversi approcci creativi. E’ come servirsi di una macchina del tempo per andare oltre passaggi epocali di modi, usi e costumi che le hanno viste tanto simili quanto agli antipodi, ma entrambe protagoniste. Circa 100 disegni e 40 accessori di Elsa Schiaparelli (1890-1973), dalla fine del 1920 ai primi anni ’50 ,si mescolano con quelli di Miuccia Prada dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Due tempi diversi, due donne diverse, ma un solo pensiero, perchè più che di moda, la mostra parlerà di un certo modo di vedere, e di conseguenza poi vestire, il mondo. Mettendo da parte il titolo stesso della mostra, la conversazione tra le due più grandi stiliste italiane di sempre è più che possibile: entrambe sono intellettuali, vedono la moda come esercizio cerebrale, strumento per indagare il gusto in modo anticonvenzionale e mai banale. Un abito nasce dall'estro mentale di uno stilista “demiurgo”, ma con queste due donne il discorso è diverso: il risultato ha superato l'estetica diventando manifesto, criterio di lettura o addirittura anticipazione di tempi.  Elsa Schiaparelli, l'artista: trascinò il Surrealismo tra le pieghe dei vestiti. Dalì e Cocteau disegnarono per lei, ma Elsa fece di più, offrendo alle donne l'idea di un'emancipazione fatta ad abito, dando il via al ritmo stagionale delle collezioni, un po’ in competizione con il mito Coco Chanel. Miuccia Prada, la modaiola: la signora del Made in Italy è famosa per la sua abitudine di cambiare idea ogni cinque minuti, e così fa anche con i vestiti e le sue collezioni. Finti errori diventano ossessioni fashion:  un “disturbo” che sottintende l'estetica in equilibrio tra rottura e classicismo e con essi porta avanti un discorso, che noi volgarmente chiamiamo moda. I lavori esposti provengono tutti dalla raccolta del Costume Institute, dall’archivio di Prada e da altre collezioni private.  La mostra sarà aperta al pubblico a partire dal 10 maggio, fino al 19 agosto:  è un vero e proprio percorso artistico e culturale che riesce ad esprimere la femminilità e la modernità dagli anni '20 fino ad oggi.

giovedì 26 aprile 2012

Iris Van Herpen: la moda come sinestesia e scultura emotiva.


Moda come scultura, scultura come arte, arte come sfida continua: quella sfida perpetua tra un’idea disegnata nella mente e la volontà di renderla plastica, tangibile a tutti. E’ in questo orizzonte che si inserisce la genialità creativa di Iris Van Herpen, giovane e talentuosa fashion designer olandese. A soli ventisette anni, Iris è già protagonista di grandiose mostre e i suoi lavori vengono contesi tra i più importanti musei della moda: fin dalla laurea al prestigioso ArtEZ Institute of Arts nel 2006, muove i suoi primi passi nel fashion system con decisione e soprattutto con le idee chiare, facendo esperienza con Alexander McQueen a Londra e Claudy Jongstra ad Amsterdam, per iniziare poi il suo personalissimo cammino di ricerca. La sua è una sperimentazione dell’insolito equilibrio tra lavoro artistico tradizionale e innovazione, una sospensione tra incredibile abilità artigianale e tecnologie d’avanguardia. Perciò il Groninger Museum, da sempre attento al lavoro creativo connesso alla moda, ha deciso di dedicare alla giovane olandese una vasta personale dove vengono ripercorse le sue creazioni dal 2008 ad oggi. Ma non solo, grazie alle sue creazioni organiche e visionarie la stilista olandese si è conquistata nel 2011 la prestigiosa qualifica di membro della Chambre Syndicale de la Couture e, da alcune stagioni, i suoi virtuosismi a base di volumi mutanti, tacchi a zanne in vetro e abiti di cristallo zampillanti come fontane sfilano sulle passerelle dell'alta moda parigina. Iris Van Herpen è stata ospite, per la prima volta in Italia, il 19 Aprile presso il Maxxi B.A.S.E, in occasione di un incontro promosso dallo IED, Istituto Europeo di Design, nell’ambito del ciclo di conferenze “Talking IED”, accolta dal coordinatore del master IED in Fashion Marketing and Communication Tommaso Basilio e dal giornalista Federico Poletti. Iris si definisce impulsiva, trae ispirazione dai libri e dalle passeggiate, ama il nero e sogna una sfilata senza gravità, ma soprattutto è una celebrazione vivente della creatività senza limiti. Ciò che trasmette è un’immaginazione legata alla dimensione urbana, che corre sul “tapis roulant” della contemporaneità per certi versi anticipandola con mosse “futuriste e rigeneratrici”, per altri richiamando l’antica sapienza artigianale, con i suoi abiti 3D fatti a mano: da vita a creature mitologiche tutte nuove, utopie disegnate a cui viene data anima. Fautrice del concetto di moda come “espressione d’arte legata a sé stessa e al suo corpo” l’artista cerca di far comprendere che la moda è prima di ogni cosa una manifestazione artistica e non solo uno strumento funzionale e commerciale, affermando di “voler realizzare abiti capaci di piegare la moda all’estrema contraddizione tra bellezza e rinnovamento, rielaborando la realtà e valorizzando l’individualità”. Il risultato è una moda dall’aura visionaria e irreale, che colpisce e incanta gli addetti ai lavori ed è cercata da star e icone del calibro di Lady Gaga e Björk. Il segreto è, forse, nel suo personale metodo di lavoro, come ci racconta: “nella mia mente esistono solo concetti” e “non parto mai a costruire una nuova immagine da una già esistente”. Nella sua ricerca “le forme dovrebbero completare e cambiare l’immagine corporea in base alle emozioni. Il movimento, così essenziale per e dentro il corpo, è un elemento altrettanto importante nel mio lavoro”. I suoi abiti sono architetture tridimensionali dentro cui i cromatismi risuonano e chiedono un contatto fisico: imbastisce filamenti in pelle, lamine d’oro, poliammide, fogli trasparenti, componendo intrecci stratificati, riflessi ingannevoli, nodi complessi. La percezione stessa dei capi e il modo di fare passerella vengono completamente rivoluzionati.  Vedere gli abiti non basta, bisogna anche poterli annusare, toccare e ascoltare. La sinestesia non è solo una figura retorica, ma una realtà transensoriale, intessuta nelle trame di Iris. 




domenica 11 marzo 2012

Cosplay: quando la realtà insegue la fantasia


Roma: Immaginate che il vostro personaggio di fumetti preferito non sia solo un disegno relegato tra le pagine inchiostrate di un volume tenuto con cura nella vostra libreria, che egli potesse prendere vita con fattezze congeniali a quella che si dice “realtà”. Non è la trama di un film di fantasia, è il CosplayIl Romacomics 2012 , come ogni anno, è stato segnato dalla presenza di costumi colorati e ricchi di dettagli che contornano lo scenario dei classici appassionati di fumettologia ; gruppi sempre più folti si uniscono alle manifestazioni nazionali dando vita al loro personaggio preferito, e sempre più spettatori sono attratti dalla vetrina dei cosplayers. Il fenomeno, che ormai sta prendendo piede tra le nuove generazioni diventando un’identità culturale, ha origini giapponesi ( dal termine Kosupure, “Kosplè” ) e ha come complice l’usanza e la veloce diffusione dei Giochi di Ruolo dal vivo. Cosplay, “ costume play” ovvero “recita in costume”, consiste nell’indossare un costume di un personaggio manga, ma anche anime, videogiochi , film, serie tv e J-rock, per interpretarne il modo di agire. Una vera gara ludica e non per chi si cimenta nel costume più amato, riconosciuto, fedele alle caratteristiche e, perché no, anche fotografato dalle centinaia di persone incuriosite e catturate da questi personaggi improvvisamente catapultati nel mondo della realtà e che sembrano appena usciti dagli stand di fumetti e videogiochi esposti alla fiera. Ma perché il cosplay? Nonostante agli occhi dei tanti possa nascondere un desiderio infantile e la ricerca di un’identità con cui empatizzare, conserva una sorta di mistero e nasconde tanti punti di vista diversi al suo interno: c’è chi lo considera un semplice passatempo, chi lo pratica ogni tanto e chi giorno e notte, chi lo vive come un fatto personale e serio. Fatto sta che chiamarla arte non è poi così azzardato; tralaltro la naturale propensione dei cosplayers è quella di realizzare da sé i costumi, per creare dettagli e personalità che ricalchino non sono il carattere da mettere in scena, ma anche le proprie connotazioni fisiche e spinte emotive personali, dal momento che converrebbe essere il più vicino possibile e predisposto in parte alla somiglianza con colui di cui si vestirà i panni ( a questo resistono quelle eccezioni di neofiti o persone troppo pigre per cogliere lo spirito del “gioco”). Dietro tutto ciò non c’è solo desiderio di apparire, ma anche passione, condivisione e voglia di creare una cerchia di affini, un gruppo distintivo dove ritrovarsi tra chi considera la fantasia degna quanto la realtà. A conclusione, non c’è da stupirsi che il cosplay abbia acquisito una grandissima notorietà mediatica e sia diventata anche, erroneamente, una moda. Se un tempo eravamo noi ad alienarci dalla realtà per vivere nella fantasia come i nostri amati personaggi, ora sono loro che vengono a cercarci per farci vivere la realtà come qualcosa di fantastico. Il Romacomics 2012 , come ogni anno, è stato segnato dalla presenza di costumi colorati e ricchi di dettagli che contornavano lo scenario dei classici appassionati di fumettologia ; gruppi sempre più folti si uniscono alle manifestazioni nazionali dando vita al loro personaggio preferito e sempre più spettatori sono attratti dalla vetrina dei cospalyers. Il fenomeno, che sta prendendo ormai piede tra le nuove generazioni e che è diventato un’identità culturale, ha origini giapponesi e suona con il termine KOSUPURE ( Kosplè) ed ha come complice l’usanza e la veloce diffusione dei Giochi di Ruolo dal vivo. Cosplay, “ costume play” ovvero “recita in costume”, consiste nell’indossare un costume di un personaggio manga, ma anche anime, videogiochi , film, serie tv e J-rock, e interpretarne il modo di agire. Una vera gara ludica e non per chi si cimenta nel costume più amato, riconosciuto, fedele alle caratteristiche e, perché no, anche fotografato dalle centinaia di persone incuriosite e catturate da questi personaggi improvvisamente catapultati nel mondo della realtà e che sembrano appena usciti dagli stand di fumetti e videogiochi esposti alla fiera. Ma perché il cosplay? Nonostante agli occhi dei tanti possa nascondere un desiderio infantile e la ricerca di un’identità con cui empatizzare, conserva una sorta di mistero e nasconde tanti punti di vista diversi al suo interno: c’è chi lo considera un semplice passatempo, chi lo pratica ogni tanto o chi giorno e notte, chi la vive come una cosa personale e seria. Fatto sta che chiamarla arte non è poi così azzardato, inoltre la naturale propensione di cosplayers è quella di fare da sé i costumi per creare dettagli e personalità congeniali non sono al carattere da mettere in scena, ma anche alle proprie connotazioni fisiche e spinte emotive personali dal momento che converrebbe essere il più vicino possibile e predisposto in parte alla somiglianza con colui di cui si vestirà i panni ( a questo esistono quelle eccezioni di neofiti o persone troppo pigre per cogliere lo spirito del “gioco”). Dietro tutto ciò non c’è solo voglia di apparire, ma passione, condivisione e voglia di creare una cerchia di affini, insomma una gruppo distintivo dove ritrovarsi tra chi considera la fantasia degna quanto la realtà. A conclusione non c’è da stupirsi se il cosplay abbia acquisito una grandissima notorietà mediatica e sia diventata anche, erroneamente, una moda. E se un tempo eravamo noi ad alienarci dalla realtà per vivere nella fantasia come i nostri amati personaggi, ora sono loro che vengono a cercarci per farci vivere la realtà come una fantasia.
Francesca Pellegrino


martedì 6 marzo 2012

Hipsteria: una tendenza indie-screta.







Li vediamo passeggiare per strada con disinvoltura, aria di superiorità intellettuale e un certo distacco per l’ambiente circostante, come se dovessero prendere le distanze stesse dal proprio periodo storico: sono gli hipster. Sicuramente il fatto di affibbiare loro un’etichetta non andrà giù a molti, ma di fatto, se un unico concetto è arrivato a racchiudere vari atteggiamenti e modi di essere/apparire c’è sempre un perché. Per alcuni i cosiddetti hipster sono solitamente dei giovani universitari altamente pretenziosi, influenzati da alcune correnti (ma soprattutto contro-correnti) culturali e musicali, riflesse automaticamente nello stile “personale”. Da sempre un binomio vincente, la moda e la musica sono tra le forme artistiche più contaminate, e il trend musicale impone naturalmente ritmo, simbolico e fisico, alle tendenze urbane, dando spunti, suggestioni, e talvolta un pizzico di follia e trasgressione: forse è questo l’arricchimento ambito dagli hipster? Ispirati all’ “indie rock”, da sempre considerato un genere musicale di nicchia, manifestano esattamente questo carattere di anticonformismo e indipendenza a qualsiasi livello, in modo un po’ “aristoide”, come per stravolgere i canoni estetici predominanti. 
Ed ecco che si punta a un abbigliamento che voglia apparire superficiale per se stesso, che dia l'idea di essere stato scelto senza pensarci troppo su: un’esasperazione che sfocia in un vero e proprio conformismo, che detta legge sulla musica da ascoltare e sugli indumenti da indossare. Non che ci sia nulla di male, ma d’altronde evitare un’etichetta, seppur varia, per il pregiudizio dell’etichetta in sé non è un po’ troppo mainstream? Sta di fatto che accanto all’identificazione musicale e al desiderio di “autarkèia”, si è sviluppata, soprattutto negli ultimi dieci anni, un’etica indie a forte impronta culturale che a tratti sfocia paradossalmente nello snobbismo più inquadrato. L’immaginario indie è costellato di film e pellicole indipendenti, nonché di adorazione per alcuni dei registi più conosciuti ( Tarantino, Godard, Truffaut, Allen, Nolan, Sofia Coppola, Antonioni ) e per la letteratura post-moderna, come le opere di Charles Bukowski, e francese, soprattutto gli esistenzialisti Camus e Sartre, nonché le poesie di Baudelaire e Rimbaud. Skinny pants e occhiali nerd, vintage o Wayfarer (un po’ commerciali, non trovate?), mentre per le scarpe, maschili o femminili, le regole sono due: suola ultrapiatta e stile minimal; per completare il look, perfetti i cardigan larghi e vissuti (alcuni sembrano appena usciti da un lavaggio sbagliato) camicie grunge di flanella, t-shirt anni ’70, barbetta incolta per gli uomini e capelli spettinati o quasi per le donne. Gli hipster, in sostanza, si battono contro il mainstream, contro tutto ciò che è tendenza, che è popolare e di successo (indipendentemente dal fatto che tale successo sia meritato o meno), sono la rivendicazione dell’ indie rock e del kitch modaiolo, attuando una ricerca dell'originalità degna di lode. Purtroppo gli occhialoni giganti e l'urban fashion sono ormai andati a costituire quella stessa moda contro cui dovrebbero andare: alla disperata ricerca di uno stile di vita indie, gli hipster sono purtroppo caduti nel nemico da loro più temuto, la catalogazione. Divenuti una delle tante espressioni della creatività giovanile, la moda e la società li hanno ormai ingabbiati in molteplici definizioni. Dunque il termine hipster è utilizzato si, ma in maniera contradditoria, rendendo difficile l'identificazione di una cultura precisa, perché essa è un mix di stili: la peculiarità degli hipster, infatti, è la volontà di essere “inclassificabili”. Figlio ideale della retromania e dell’adorazione di tutto ciò che è vintage, l’indie potrebbe essere considerato anche la figura emergente della rete di significazioni scaturite dall’iper-realtà, concetto caro al filofoso francese Jean Baudrillard: tra conoscenza del mondo informatico, arti figurative, design, passato tech (fotocamere lomografiche, videogames a 8bit, graphic novels), gli hipster hanno costruito un piccolo universo di ricordi, revisionismi e perpetuo citazionismo, un background culturale nel quale si muovono dinamicamente, rendendoli animali urbani e cosmopoliti, ma fagocitando la soggettività individuale.



sabato 25 febbraio 2012

Ispirazioni barocche: un sontuoso invito a corte.



Stupire, meravigliare e dare nuova luce ai particolari, tra damaschi e decori iperbolici, per abiti e accessori spettacolari: un vero e proprio invito a corte. Una delle tendenze delle passerelle di quest’anno porta avanti il concetto tanto semplice quanto ricco di tradizione, combinata alle irrinunciabili novità. La sfilata spring - summer 2012 di Roberto Cavalli, presentata sulle passerelle di Milano Moda Donna, definisce un'immagine estremamente sofisticata e femminile, che rimanda immediatamente al lusso tipico dell’età barocca. La silhouette della collezione è definita dall’incontro tra linearità e perfezione dei capi, ispirati alla ricchezza barocca, riflessa sia negli abiti che nelle micro gonne. Gli abiti lunghi seguono la forma del corpo, realizzati con intarsi di pizzo e arricchiti con ricami applicati sui fianchi, abbinati a giacche dal taglio sartoriale o a gilet con spalle imbottite dalla linea asciutta. Giacche in seta stampata con animali fantastici sono illuminate da ricami che seguono il disegno della stampa rendendolo tridimensionale, mentre le stampe riportano macro fiori o  motivi animalier, impreziositi da ricami dorati su seta, proprio come il tessuto damascato tipico del barocco: le parole chiave sono lusso e ostentazione. Con questa collezione debutta anche la borsa Florence, creata come atto d'amore dello stilista per la sua città, ma non solo, perché nulla viene lasciato al caso: Firenze infatti, ancora prima che venisse inaugurato lo stile tipicamente barocco, si aprì al gusto internazionale grazie a una figura di spicco e innovazione, Eleonora di Toledo. L’arrivo di Eleonora a Firenze, come giovane sposa di Cosimo de’ Medici, portò un nuovo clima in città. La moda fiorentina, dopo metà Cinquecento, era ancora sotto l’influenza del moralismo dei Savonarola, ma grazie allo stile dell’austera duchessa, a partire dalla sua corte per poi diffondersi nelle principali corti europee, vengono incentivati l’inclinazione al lusso e alle novità. Eleonora adottò uno stile per niente scontato, diventando un modello di misura e armonia per le sovrane successive e, a quanto pare, per gli stilisti dei nostri giorni: l’inaugurazione barocca fu un momento della storia in cui l'abito assume caratteristiche innaturali, poiché la sua funzione è quella di costruire forme ideali che cancellano il corpo reale. Ma nonostante la bella duchessa da una parte cancellasse con bustini strettissimi le forme tipiche della donna, faceva scandalo per i suoi orecchini nei lobi bucati, i cappelli piumati, gli abiti sportivi di foggia maschile, la zimarra di ispirazione turca: certe "eccentricità" trovavano spazio solo negli armadi delle prostitute. Il suo guardaroba ricchissimo, fatto di stoffe raffinate e decori opulenti, sembra essere riproposto anche a noi: la nuova collezione di borse Bulgari, ad esempio, è straordinariamente elegante e lussuosa, caratterizzata da decorazioni gioiello e colori magnifici, come il verde declinato in varie sfumature e pellami come il pitone. Il vero colpo d’occhio viene offerto dalle pochette: color panna realizzate in raso, decorate con cristalli e chiusura in oro, in tessuto viola con ricami e perline nere o in damasco abbellite da ricami floreali.  Una bellezza straordinaria, eppure severa e intransigente, un’immagine che restituisce alla perfezione l’indole volitiva e la fermezza di una donna senza mezze misure, proprio come nel noto dipinto di Agnolo Bronzino che ritrae l’altera duchessa Eleonora.

domenica 15 gennaio 2012

Miss Sixty: una rilettura contemporanea degli eclettici Seventies.

Sfogliare un vecchio album di foto e tuffarsi qualche decennio fa, nell’epoca dell’incertezza, delle lotte pacifiste, dell’obiezione di coscienza, della libertà sessuale, dei diritti strappati e gridati, della piccola borghesia sfiduciata. Potrebbe essere tutto questo ciò che ha ispirato i creatori del mitico brand Miss Sixty per questo inverno 2011-2012, interpretando le molteplici sfaccettature dello stile che fu, dall’anti-fashion all’inclinazione folk tipica della Westwood alle ispirazioni date dalla minimal art: il concetto, l’idea, è più importante dell’opera, perciò la forma stessa si traduce in qualcosa di “minimale”, in contrapposizione al consumismo e all’attenzione per il particolare tipici della pop art, riducendo l’arte in elementi essenziali, forme geometriche ed elementari, a metà tra architettura e figurazione. Ed ecco che prendono vita abiti dalle linee pulite, che fasciano e allo stesso tempo distorgono la figura, come i mitici pantaloni scampanati, meglio conosciuti come “a zampa d’elefante”. L’inclinazione folk spazia dalle maglie oversize a una rivisitazione della pelliccia in perfetto stile easy chic (ed eco-friendly), marrone a collo alto, stretta in vita e a manto striato, o più grintosa, in tonalità verde acido o voluminosa con sfumature bianche e nere. Una moda eclettica e funzionale, naturale e informale. Negli anni ’70 l’universo del fashion era più che mai visto come uno dei sistemi imposti dalla società industrializzata per limitare la libertà, in un clima in cui i giovani contestatori avevano già contribuito ad una rivoluzione nella moda e ne erano diventati i protagonisti, slegati da vincoli e costrizioni. Perciò la moda non aveva più alcun principio fisso, nasceva spontaneamente dall’iniziativa personale, dal “fai da te”, dal piacere di mescolare tutto perché tutto era permesso, purchè si creasse un’alternativa estetica,  il riflesso di una ricerca e di una speranza verso un’alternativa sociale. Il grande sarto non era più il dittatore della moda: magari un giorno, neanche i vizi e i consumi della politica sarebbero stati i dittatori delle masse? Sta di fatto che molti grandi atelier chiusero, e quelli che sopravvissero crearono delle linee prêt-à-porter. Il capo simbolo ovviamente fu il jeans, indossato da uomini e donne di tutte le classi sociali e in qualsiasi occasione, una sorta di sintesi di tutti gli ideali di uguaglianza e libertà diffusi con fervore per un ventennio. Miss Sixty ha ben selezionato alcuni degli elementi “storici” che hanno contributo ad una svolta nelle tendenze a partire da fine anni ‘60, mantenendo continuamente l’attenzione sugli elementi chiave di un vestiario che è tutto fuorchè vuoto di contenuti e femminilità: tante le novità e le sperimentazioni, in cui spiccano i mix di tele denim caratterizzati da lavaggi vintage e le nuances che creano un particolare effetto a righe, i modelli a palazzo e la camicia in denim con cuciture e bottoni oro a contrasto. Ovviamente non mancano gli accessori, anch’essi realizzati in denim: un gioco di stile che conquista, in armonia con il look naturale e un po’ hippy, decisamente Seventies, tanto nei colori quanto nei materiali.