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lunedì 2 aprile 2012

Rave party, la tendenza sociale che diventa rituale estatico



Rave party: un festival di drogati all’aria aperta? Forse si, forse no. Sicuramente si tratta di un evento di massa in cui centinaia, e a volte migliaia, di persone di età diverse si riuniscono nel ballo e nell’ascolto di musica per un arco di tempo abbastanza prolungato, che va dalle 12 alle 24 ore, o addirittura per diversi giorni. Questi grandi incontri vengono solitamente organizzati in aree remote delle città, all'aperto o in grandi magazzini, in cui si può tranquillamente campeggiare. Fin dall’inizio queste feste sono state caratterizzate dall'elemento dell'illegalità: i raves infatti, prevedono solitamente l'occupazione abusiva di spazi privati in condizione di abbandono. L’origine di questa “tendenza sociale” si può far risalire agli anni settanta, quando, dal raduno di Woodstock in poi, si diffuse lo spirito del festival, dell'aggregazione di differenti nazionalità, età e classi sociali, del ritrovo collettivo, in un clima di piena contestazione e denuncia dei problemi esistenti nel mondo occidentale; ma il vero aspetto peculiare che definisce un rave è il tipo di musica che viene suonata: non può mancare quella elettronica di vari generi (Techno, Acid, Goa, Trance) al cui ritmo incalzante i giovani si muovono sotto l'effetto di luci stroboscopiche. Ma basta solo questo per tollerare dei veri e propri “tours de force” musicali? Molti ragazzi che prendono parte a questo tipo di feste presentano stati alterati di coscienza a causa dell'assunzione di un mix di alcool e sostanze stupefacenti. Soprattutto per questo, i media si stanno progressivamente interessando a questo fenomeno culturale, indagando con curiosità sulle modalità costitutive del rave, per capire se gestirlo come un grosso problema sociale capace di degenerare i giovani o semplicemente come una forma d’arte, perché la musica è primariamente questo. Chi si occupa di riportare i fatti spesso si concentra esclusivamente sull’utilizzo di droghe e sostanze psicotrope, non considerando il presupposto della tipica serata rave: partecipare a un grande incontro in cui ci si allontana dalla routine stereotipata per godersi una notte di pura musica, che il più delle volte è difficile da trovare nei negozi perché poco commerciale. La stragrande maggioranza della società si chiede perché alcuni giovani preferiscano recarsi in posti così lontani dai centri, quando si hanno a disposizione tante discoteche più facili da raggiungere: ecco, la risposta è già nella domanda. Come affermano T. Adorno e M. Horkheimer ne “L’industria culturale”, la civiltà attuale conferisce a tutto un’aria di somiglianza, dando vita ad un sistema in cui la razionalità tecnica ed economica è la razionalità del dominio stesso: è il carattere della società estraniata da se stessa, in cui il potere del capitale si manifesta anche nell’affluenza degli abitanti negli stessi centri, a scopo di lavoro e di divertimento, come produttori e consumatori. In un rave viene data vita a un “altro” popolo, in cui l’età o lo status socio-economico non importano,  in cui non c’é un buttafuori che non ti lascerà passare perché non sei vestito in un certo modo: ed ecco che a un rave si presentano tanti individui dall’aspetto per niente canonico, dalla rasatura parziale o totale dei capelli ai dilatatori e ai numerosi piercing, dai colori fluo dei capelli agli accessori zebrati, leopardari o dai colori accesi. L’unica regola è rompere con i clichés che nella società dominante hanno creato quel “circolo di manipolazione” che l’unità del sistema stringe sempre di più. L’unica soluzione è riunirsi in quei luoghi che la civiltà stessa ha abbandonato senza ragione, riportandogli vita per una notte, una vita che pulsa nella sua forma più edonistica, e che in questi spazi improvvisati cerca di liberare i giovani dal peso dell’incertezza di un futuro che il sistema non è stato capace di stabilire e assicurare. La musica, nella sua capacità di unire tutti e annullare le differenze, spinge a condividere una gioia incontrollabile che va oltre il presunto utilizzo di droghe, e che, nel formare questo magico cerchio può, almeno per una notte, proteggere dagli orrori, dalle atrocità e dalla produzione in serie del mondo che sta fuori. Un villaggio tribale, globale, di massa, che non dipende né dalla legge dell’uomo né da quella dello spazio e del tempo che egli ha creato. Il rave è un tentativo di riscrivere il programma che è stato indottrinato a ognuno sin dalla nascita, una celebrazione della libertà, della tolleranza e dell’armonia: il bisogno che sfugge al controllo centrale viene trattenuto e diffuso da ogni coscienza individuale. “Ricordate che mentre potete fermare un qualsiasi party, in una qualsiasi notte, in una qualsiasi città, non riuscirete mai a spegnere il party intero. Non avete accesso a questo interruttore, non importa quello che pensate. La musica non si fermerà mai.” (Worldwide Raver’s Manifesto)


martedì 6 marzo 2012

Hipsteria: una tendenza indie-screta.







Li vediamo passeggiare per strada con disinvoltura, aria di superiorità intellettuale e un certo distacco per l’ambiente circostante, come se dovessero prendere le distanze stesse dal proprio periodo storico: sono gli hipster. Sicuramente il fatto di affibbiare loro un’etichetta non andrà giù a molti, ma di fatto, se un unico concetto è arrivato a racchiudere vari atteggiamenti e modi di essere/apparire c’è sempre un perché. Per alcuni i cosiddetti hipster sono solitamente dei giovani universitari altamente pretenziosi, influenzati da alcune correnti (ma soprattutto contro-correnti) culturali e musicali, riflesse automaticamente nello stile “personale”. Da sempre un binomio vincente, la moda e la musica sono tra le forme artistiche più contaminate, e il trend musicale impone naturalmente ritmo, simbolico e fisico, alle tendenze urbane, dando spunti, suggestioni, e talvolta un pizzico di follia e trasgressione: forse è questo l’arricchimento ambito dagli hipster? Ispirati all’ “indie rock”, da sempre considerato un genere musicale di nicchia, manifestano esattamente questo carattere di anticonformismo e indipendenza a qualsiasi livello, in modo un po’ “aristoide”, come per stravolgere i canoni estetici predominanti. 
Ed ecco che si punta a un abbigliamento che voglia apparire superficiale per se stesso, che dia l'idea di essere stato scelto senza pensarci troppo su: un’esasperazione che sfocia in un vero e proprio conformismo, che detta legge sulla musica da ascoltare e sugli indumenti da indossare. Non che ci sia nulla di male, ma d’altronde evitare un’etichetta, seppur varia, per il pregiudizio dell’etichetta in sé non è un po’ troppo mainstream? Sta di fatto che accanto all’identificazione musicale e al desiderio di “autarkèia”, si è sviluppata, soprattutto negli ultimi dieci anni, un’etica indie a forte impronta culturale che a tratti sfocia paradossalmente nello snobbismo più inquadrato. L’immaginario indie è costellato di film e pellicole indipendenti, nonché di adorazione per alcuni dei registi più conosciuti ( Tarantino, Godard, Truffaut, Allen, Nolan, Sofia Coppola, Antonioni ) e per la letteratura post-moderna, come le opere di Charles Bukowski, e francese, soprattutto gli esistenzialisti Camus e Sartre, nonché le poesie di Baudelaire e Rimbaud. Skinny pants e occhiali nerd, vintage o Wayfarer (un po’ commerciali, non trovate?), mentre per le scarpe, maschili o femminili, le regole sono due: suola ultrapiatta e stile minimal; per completare il look, perfetti i cardigan larghi e vissuti (alcuni sembrano appena usciti da un lavaggio sbagliato) camicie grunge di flanella, t-shirt anni ’70, barbetta incolta per gli uomini e capelli spettinati o quasi per le donne. Gli hipster, in sostanza, si battono contro il mainstream, contro tutto ciò che è tendenza, che è popolare e di successo (indipendentemente dal fatto che tale successo sia meritato o meno), sono la rivendicazione dell’ indie rock e del kitch modaiolo, attuando una ricerca dell'originalità degna di lode. Purtroppo gli occhialoni giganti e l'urban fashion sono ormai andati a costituire quella stessa moda contro cui dovrebbero andare: alla disperata ricerca di uno stile di vita indie, gli hipster sono purtroppo caduti nel nemico da loro più temuto, la catalogazione. Divenuti una delle tante espressioni della creatività giovanile, la moda e la società li hanno ormai ingabbiati in molteplici definizioni. Dunque il termine hipster è utilizzato si, ma in maniera contradditoria, rendendo difficile l'identificazione di una cultura precisa, perché essa è un mix di stili: la peculiarità degli hipster, infatti, è la volontà di essere “inclassificabili”. Figlio ideale della retromania e dell’adorazione di tutto ciò che è vintage, l’indie potrebbe essere considerato anche la figura emergente della rete di significazioni scaturite dall’iper-realtà, concetto caro al filofoso francese Jean Baudrillard: tra conoscenza del mondo informatico, arti figurative, design, passato tech (fotocamere lomografiche, videogames a 8bit, graphic novels), gli hipster hanno costruito un piccolo universo di ricordi, revisionismi e perpetuo citazionismo, un background culturale nel quale si muovono dinamicamente, rendendoli animali urbani e cosmopoliti, ma fagocitando la soggettività individuale.



domenica 14 agosto 2011

Fashion icon: Lady Gaga, una critica vivente all’impersonalità di massa.


Ipocrisia, omologazione, scarsa o falsa coscienza. Qual’è la cura? Lady Gaga, una critica vivente alla condizione di impersonalità che ormai domina la società di massa. Scrive Seneca il filosofo: “La dimestichezza con la folla è nociva: non c’è chi non riesca a contaminarci senza che ce ne accorgiamo.” Certamente la amatissima e criticatissima Stefani Joanne Angelina Germanotta risulta essere un antidoto perfetto ai giudizi della folla, che sembrano scivolarle addosso come nulla: ogni soggetto sembra convinto di esprimere a pieno la propria libertà comprando una casa in campagna o una bella automobile? Lady Gaga risponde che non importa quanto denaro possiedi o dove sei nato, tutti noi abbiamo la possibilità di costruire una vita ad opera d’arte; e qual è la strada migliore da scegliere se non iniziare ad essere un’opera d’arte vivente? Infatti, nonostante le mille polemiche che la vedono protagonista incessantemente, la star di “Born this way” sembra sia riuscita a far valere il proprio talento non solo nel mondo della musica, comparendo al primo posto nella classifica dei 100 artisti più influenti stilata dal TIME e vincendo otto statuette su tredici nomination tutte per il singolo Bad Romance (Record assoluto per un cantante) durante gli MTV Video Music Awards;  Lady Gaga detta legge anche nel fashion system: lei stessa ha dichiarato di aver sempre avuto una grande passione per la moda, creando addirittura  un vero e proprio team di produzione responsabile della creazione di molti dei suoi vestiti, accessori per il palcoscenico e pettinature. Questo progetto collettivo, denominato "Haus of Gaga", che ricorda un po’ il sincretismo all’avanguardia della “Bauhaus”, crea non solo capi d'abbigliamento, ma anche scenografie e nuovi tipi di suoni, all’insegna della sperimentazione artistica, a cui partecipano stilisti e produttori, dando vita ad un team creativo sul modello della Factory di Andy Warhol. Perciò Lady Gaga non può che essere considerata un’icona della moda. Il suo abbigliamento eccentrico e rivoluzionario è riuscito a convincere anche il Council of Fashion Designers of America, ovvero i guru dello stile negli USA, che l’hanno premiata come “style icon”, imponendosi come modello originale e innovativo. Sfoggiare energia e outfits ad effetto sono il pane quotidiano della regina dell’elettro-pop, che, uniti alla sua musica con influenze urban e blues, rendono le sue performances indimenticabili e di forte impatto. Vera Wang, icona nell’industria della moda, ha espresso il proprio favore nei confronti della cantante: Lady Gaga non si è lasciata trasportare dalle tendenze sfuggevoli del momento, ma ha creato una nuova e impetuosa corrente che solo lei riesce a comandare, non smettendo mai di stupirci. Ma se ci si ferma al look eccentrico, che ha solo l’obiettivo di catturare l’attenzione e allo stesso tempo scandalizzare non potremo capire se tutto ciò fa parte della sua personalità oppure sia solo una serie di imposizioni dettate dai produttori discografici: bisogna riconoscere che la camaleontica popstar  riesce sempre a far sì che ogni sua apparizione, in virtù delle sue scelte, faccia sempre notizia, accompagnata dagli immancabili e numerosi click su YouTube. E’ possibile che tutto ciò sia solo una maschera costruita abilmente per scalare le vette del successo, ma anche se fosse così cosa cambierebbe? Chi ha deciso che lo stile debba rappresentare per forza la nostra identità personale, e non invece aiutarci a costruirne una più prorompente, grintosa, pronta alla concorrenza e senza eguali? Sono due le caratteristiche a cui non dovremmo mai rinunciare in questo mondo che ai giorni d’oggi pare divorarci da un momento all’altro: genialità e messa in gioco di sé.