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giovedì 8 dicembre 2011

Il fascino senza tempo della pelliccia: scelta etica o estetica?



Questo autunno-inverno uno dei protagonisti del guardaroba è un grande classico: la pelliccia. Proposta in tutte le versioni immaginabili, vera o finta, dai toni naturali o fluo, si ritrova dappertutto, dal classico copri spalla fino ai particolari su gonne, maglioni e addirittura sulle calzature. Un fascino davvero intramontabile, senza tempo, che continua a far colpo sull’immaginario femminile, e che viene riletto nelle varie collezioni con gusto contemporaneo ma anche con un tocco un po’ vintage e retrò. Ormai il freddo è alle porte, e appena molte di noi iniziano a chiedersi se comprarsi o meno una pelliccia, ecco che si riaffaccia la polemica se questa rappresenti o meno una scelta etica. Tanto la pelliccia quanto il dibattito su di essa sembra non passare mai di moda, e anzi, col tempo si è fatto sempre più intenso. Qual è la scelta veramente ecologica? Quella della pelliccia naturale o quella della pelliccia sintetica? Le posizioni a riguardo sono diametralmente opposte: i tradizionalisti ritengono che solo la pelliccia naturale possa essere ecologica, mentre gli animalisti sostengono che l’unica scelta di buon senso sia quella di una pelliccia che non derivi da animali. La pelliccia naturale è considerata dall’alba dei tempi come un indumento simbolo di forza, carico di significati magici, un po’ come se attraverso essa venisse trasmessa l’energia dell’animale da cui proviene; in seguito diviene simbolo di lusso e agiatezza, elemento fondamentale nel vestiario di imperatori e aristocratici. Il pelo utilizzato per la produzione di pellicce deriva da animali come la volpe, il lupo o l’orso, o da animali esotici (ora protetti) come le scimmie o le tigri, e con il processo di democratizzazione del lusso, è diventato un prodotto accessibile a tutti, dato l’abbassamento dei costi di produzione (infatti la più grande produzione di pellicce appartiene alla Cina). Nonostante le proteste che da anni continuano ininterrottamente, negli ultimi tempi si è vista nascere una serie di organizzazioni che incentivano l’uso di pellicce naturali, sostenendo la tesi che la produzione di queste pellicce sia la migliore dal punto di vista ecologico, poiché a contrario di quelle sintetiche, non vengono utilizzate sostanze chimiche e non dipende dal petrolio. Il dibattito oggi è questo: la pelliccia sintetica ha diritto di essere chiamata ecologica? Le ricerche scientifiche del laboratorio Ford Motors hanno comparato l’energia consumata per la produzione di pelliccia naturale e di quella sintetica: la produzione di un cappotto di pelliccia sintetica richiede circa 120,300 BTU (British Termal Units), e tenendo in conto anche i costi del trasporto e del cibo per gli animali delle fattorie,  la produzione di un cappotto di pelliccia naturale richiede 66 volte più energia rispetto a quella necessaria per produrre un cappotto di pelliccia sintetica. I dubbi a questo punto non dovrebbero più esistere, sia vista la conferma scientifica sul lato ecologico della pelliccia sintetica sia visto che scegliendo di acquistare questa e non una pelliccia naturale, scegliamo anche di non incentivare l’uccisione di altri animali per scopi meramente estetici. Togliamoci pure la mano dalla coscienza, perché molte delle pellicce proposte in passerella dai maggiori stilisti per l’inverno 2012 sono niente meno che sintetiche, anch’esse soffici, colorate, animalier, rasate, e a seconda delle loro caratteristiche assumono uno stile diverso e contrastante: una pelliccia dalle tinte brune o chiare è chic e un po’ altezzosa, una pelliccia corta blu elettrico è trasgressiva e punk rock, dallo slancio metropolitano. Se allora è vero che oggi tutti abbiamo il diritto di scegliere, è  vero anche che abbiamo la possibilità di fare una scelta responsabile. Perché fare una scelta ecologica significa fare una scelta etica, facendo si che un semplice indumento come la pelliccia attraversi la moda, ma assuma anche un significato più alto.

domenica 2 ottobre 2011

Diversamente presente


La folla, il caos, la freneticità contemporanea non mi intimidiscono, fanno parte di me ma non condizionano il mio essere. Io ci sono, e non ho paura di osare ed esprimermi nell’apparenza, ma la mia autenticità va aldilà della sfera sensibile, percettiva, aldilà del senso comune. Io sono qui, ma dappertutto: per conservare la mia unicità, per non essere risucchiata nel vortice della banalità e delle scelte già fatte, ho bisogno di un mondo che solo io posso raggiungere. Ho una chiave di cui nessuno ha la copia, per lanciare un ponte tra realtà e pensiero, tra routine ed immaginazione, tra il presente e i bei ricordi. La folla non potrà mai raggiungermi, non potrà mai giudicarmi, non potrà mai capirmi, ma potrà solo chiedermi perché. Perché sei qui ma dappertutto? Perché l’immaginazione porta ovunque, non ha regole, non ha limite, non ha delusione, perché rifletto me stessa nell’apparenza ma nessuno potrà mai vedere la vera figura che per tutti è solo un frammento sfuggente.













La mia idea è nata dalla riflessione sul contrasto tra preoccupazione per la propria libertà di espressione nell’ originalità e la “minaccia” rappresentata dalla moltitudine con cui veniamo a contatto ogni giorno, che spesso pregiudica l’identità e le scelte personali. L’unica difesa in tal senso è l’immaginazione: permette di rendere visibile il nostro essere nello stile, ma è anche lo strumento che permette di abbandonarci ai pensieri, per distaccarsi almeno temporaneamente dalla realtà, a volte troppo opprimente e ripetitiva, a costo di presentare un’espressione assente. I quattro scatti rappresentano in modi diversi questo contrasto conflittuale ma per niente contraddittorio. La protagonista presenta sempre lo stesso atteggiamento “diversamente presente”, ma è decisa e intenzionale nell’espressione della propria immagine. Nella prima foto ci troviamo per la strada, ambientazione tipica della città: una città/giungla, in cui appare ironicamente la sua “regina” in perfetto stile animalier, ma che in quel momento non ne fa assolutamente parte, risulta al di sopra di tutto ciò che le sta intorno, perché il suo pensiero vola in alto. Nella seconda foto ecco un altro luogo della quotidianità: la metro. Da un mezzo pubblico all’altro, da casa al lavoro, tutto è governato dalla sobrietà, per il resto non c’è tempo. Per la nostra protagonista glam rock con un tocco burlesque tutto ciò non ha senso: perché mettere la comodità al di sopra dell’espressione di sé? Nella terza foto la folla si affretta ad acquistare frivolezza e mode pronte, ma tutto ciò è poco interessante: meglio creare un glam tutto nuovo, alternativo ma con stile. Nell’ultima foto viene celebrata l’immaginazione attraverso la lettura, un po’ come se fosse un’arma. Tutto ciò pare necessario per il  cammino verso la costruzione della propria identità personale, un cammino vario che non finirà e che è un piacere percorrere, perché ogni tentativo di differenziazione sarà sempre una necessità della persona.

Progetto di Fashion Styling_IED Rome


Exia


sabato 18 giugno 2011

Moda sauvage tra zebre e leopardi: welcome to the jungle!


Blumarine

Sappiamo tutti che la città è una vera e propria giungla, la viviamo ogni giorno, ma in quest’ultima  stagione la metafora è da prendere nel senso letterale del termine. La stampa animalier ha la meglio su tutti i guardaroba, dall’abbigliamento agli accessori che lo completano, trucco compreso, in particolare sulle unghie, con smalti bicolor dal sapore selvaggio, e negli ombretti abilmente modulati per uno sguardo felino. In scena da sempre sulle passerelle, l’animalier è ormai un classico, ma ultimamente è diventata una tendenza immancabile: si trova dappertutto, su scarpe, borse, cappelli, abiti, totalmente o anche solo con un dettaglio, ma di certo non poco vistoso, magari per smorzare l’aria troppo seria e formale di alcuni outfit. Che poi sia un classico è innegabile, forse la tendenza più antica al mondo e dalle origini curiose; già nei popoli primitivi era diffuso l’utilizzo di pelli animali, e non semplicemente per evitare condizioni climatiche sfavorevoli. Lo stesso Charles Darwin afferma che “i vestiti furono fatti primariamente a scopo ornamentale e non per tener caldo”. Infatti la decorazione, fondamentale nella vita e nella cultura di questi popoli, era influenzata profondamente da riti e credenze legati alla magia e alla superstizione:  indossare le pelli degli animali uccisi avrebbe dovuto trasmettere all’uomo la forza degli animali stessi. Tutt’oggi questo vestire che avvolge quasi come una seconda pelle, carica il corpo di significato, per una donna “sauvage” che mette da parte timore e insicurezze e richiami invece la libertà dello stato di natura, fatto di seduzione e impetuosità , di coraggio ed emancipazione. Le stampe maculate, zebrate o pitonate  non sono rimaste certo indifferenti all’ispirazione di vari stilisti, che hanno interpretato questo trend senza tempo in maniera fresca e innovativa, in particolare Dolce & Gabbana, Blumarine, Burberry Prorsum e ovviamente Just Cavalli, facendone un cavallo di battaglia vincente tanto nell’alta moda quanto nelle riproduzioni che vediamo e che indossiamo in giro per la città. La star della nuova primavera-estate sembra essere la stampa leopardata, ma anche lo zebrato è parecchio gettonato, tra semplicità ed esasperazione delle fantasie; in effetti, la novità della stagione è proprio il fatto di abbinare tra loro le stampe animalier, perfino il “pitonato”! Per un effetto più sobrio l’accostamento ideale è dato dall’animalier su tinta chiara, molto chic e facilmente abbinabile ad accessori in pelle. Assolutamente da evitare  i tessuti “pelosi”, che possono risultare troppo kitsch e cadere nel volgare, molto meglio invece le stoffe leggere e svolazzanti come il chiffon. Affianco alla versione più classica dell’animalier, che riprende i toni bruni più o meno chiari delle pelli animali, per chi non  vuole passare inosservata, ecco le alternative di colori e materiali: largo ai colori shocking come il viola, il turchese e il fucsia. E’ sicuramente un mix contrastante e che da gran peso al look, ma di grande effetto, capace di portare in sintesi la tradizione più antica e sevaggia con le tonalità neon e sgargianti, perlopiù inesistenti in natura. D’altronde, se si vuole risultare audaci, bisogna farlo fino in fondo. E allora via alla creatività, al libero sfogo espressivo nei colori e nei manti degli animali della savana: welcome to the jungle!