giovedì 26 aprile 2012

Iris Van Herpen: la moda come sinestesia e scultura emotiva.


Moda come scultura, scultura come arte, arte come sfida continua: quella sfida perpetua tra un’idea disegnata nella mente e la volontà di renderla plastica, tangibile a tutti. E’ in questo orizzonte che si inserisce la genialità creativa di Iris Van Herpen, giovane e talentuosa fashion designer olandese. A soli ventisette anni, Iris è già protagonista di grandiose mostre e i suoi lavori vengono contesi tra i più importanti musei della moda: fin dalla laurea al prestigioso ArtEZ Institute of Arts nel 2006, muove i suoi primi passi nel fashion system con decisione e soprattutto con le idee chiare, facendo esperienza con Alexander McQueen a Londra e Claudy Jongstra ad Amsterdam, per iniziare poi il suo personalissimo cammino di ricerca. La sua è una sperimentazione dell’insolito equilibrio tra lavoro artistico tradizionale e innovazione, una sospensione tra incredibile abilità artigianale e tecnologie d’avanguardia. Perciò il Groninger Museum, da sempre attento al lavoro creativo connesso alla moda, ha deciso di dedicare alla giovane olandese una vasta personale dove vengono ripercorse le sue creazioni dal 2008 ad oggi. Ma non solo, grazie alle sue creazioni organiche e visionarie la stilista olandese si è conquistata nel 2011 la prestigiosa qualifica di membro della Chambre Syndicale de la Couture e, da alcune stagioni, i suoi virtuosismi a base di volumi mutanti, tacchi a zanne in vetro e abiti di cristallo zampillanti come fontane sfilano sulle passerelle dell'alta moda parigina. Iris Van Herpen è stata ospite, per la prima volta in Italia, il 19 Aprile presso il Maxxi B.A.S.E, in occasione di un incontro promosso dallo IED, Istituto Europeo di Design, nell’ambito del ciclo di conferenze “Talking IED”, accolta dal coordinatore del master IED in Fashion Marketing and Communication Tommaso Basilio e dal giornalista Federico Poletti. Iris si definisce impulsiva, trae ispirazione dai libri e dalle passeggiate, ama il nero e sogna una sfilata senza gravità, ma soprattutto è una celebrazione vivente della creatività senza limiti. Ciò che trasmette è un’immaginazione legata alla dimensione urbana, che corre sul “tapis roulant” della contemporaneità per certi versi anticipandola con mosse “futuriste e rigeneratrici”, per altri richiamando l’antica sapienza artigianale, con i suoi abiti 3D fatti a mano: da vita a creature mitologiche tutte nuove, utopie disegnate a cui viene data anima. Fautrice del concetto di moda come “espressione d’arte legata a sé stessa e al suo corpo” l’artista cerca di far comprendere che la moda è prima di ogni cosa una manifestazione artistica e non solo uno strumento funzionale e commerciale, affermando di “voler realizzare abiti capaci di piegare la moda all’estrema contraddizione tra bellezza e rinnovamento, rielaborando la realtà e valorizzando l’individualità”. Il risultato è una moda dall’aura visionaria e irreale, che colpisce e incanta gli addetti ai lavori ed è cercata da star e icone del calibro di Lady Gaga e Björk. Il segreto è, forse, nel suo personale metodo di lavoro, come ci racconta: “nella mia mente esistono solo concetti” e “non parto mai a costruire una nuova immagine da una già esistente”. Nella sua ricerca “le forme dovrebbero completare e cambiare l’immagine corporea in base alle emozioni. Il movimento, così essenziale per e dentro il corpo, è un elemento altrettanto importante nel mio lavoro”. I suoi abiti sono architetture tridimensionali dentro cui i cromatismi risuonano e chiedono un contatto fisico: imbastisce filamenti in pelle, lamine d’oro, poliammide, fogli trasparenti, componendo intrecci stratificati, riflessi ingannevoli, nodi complessi. La percezione stessa dei capi e il modo di fare passerella vengono completamente rivoluzionati.  Vedere gli abiti non basta, bisogna anche poterli annusare, toccare e ascoltare. La sinestesia non è solo una figura retorica, ma una realtà transensoriale, intessuta nelle trame di Iris. 




lunedì 2 aprile 2012

Rave party, la tendenza sociale che diventa rituale estatico



Rave party: un festival di drogati all’aria aperta? Forse si, forse no. Sicuramente si tratta di un evento di massa in cui centinaia, e a volte migliaia, di persone di età diverse si riuniscono nel ballo e nell’ascolto di musica per un arco di tempo abbastanza prolungato, che va dalle 12 alle 24 ore, o addirittura per diversi giorni. Questi grandi incontri vengono solitamente organizzati in aree remote delle città, all'aperto o in grandi magazzini, in cui si può tranquillamente campeggiare. Fin dall’inizio queste feste sono state caratterizzate dall'elemento dell'illegalità: i raves infatti, prevedono solitamente l'occupazione abusiva di spazi privati in condizione di abbandono. L’origine di questa “tendenza sociale” si può far risalire agli anni settanta, quando, dal raduno di Woodstock in poi, si diffuse lo spirito del festival, dell'aggregazione di differenti nazionalità, età e classi sociali, del ritrovo collettivo, in un clima di piena contestazione e denuncia dei problemi esistenti nel mondo occidentale; ma il vero aspetto peculiare che definisce un rave è il tipo di musica che viene suonata: non può mancare quella elettronica di vari generi (Techno, Acid, Goa, Trance) al cui ritmo incalzante i giovani si muovono sotto l'effetto di luci stroboscopiche. Ma basta solo questo per tollerare dei veri e propri “tours de force” musicali? Molti ragazzi che prendono parte a questo tipo di feste presentano stati alterati di coscienza a causa dell'assunzione di un mix di alcool e sostanze stupefacenti. Soprattutto per questo, i media si stanno progressivamente interessando a questo fenomeno culturale, indagando con curiosità sulle modalità costitutive del rave, per capire se gestirlo come un grosso problema sociale capace di degenerare i giovani o semplicemente come una forma d’arte, perché la musica è primariamente questo. Chi si occupa di riportare i fatti spesso si concentra esclusivamente sull’utilizzo di droghe e sostanze psicotrope, non considerando il presupposto della tipica serata rave: partecipare a un grande incontro in cui ci si allontana dalla routine stereotipata per godersi una notte di pura musica, che il più delle volte è difficile da trovare nei negozi perché poco commerciale. La stragrande maggioranza della società si chiede perché alcuni giovani preferiscano recarsi in posti così lontani dai centri, quando si hanno a disposizione tante discoteche più facili da raggiungere: ecco, la risposta è già nella domanda. Come affermano T. Adorno e M. Horkheimer ne “L’industria culturale”, la civiltà attuale conferisce a tutto un’aria di somiglianza, dando vita ad un sistema in cui la razionalità tecnica ed economica è la razionalità del dominio stesso: è il carattere della società estraniata da se stessa, in cui il potere del capitale si manifesta anche nell’affluenza degli abitanti negli stessi centri, a scopo di lavoro e di divertimento, come produttori e consumatori. In un rave viene data vita a un “altro” popolo, in cui l’età o lo status socio-economico non importano,  in cui non c’é un buttafuori che non ti lascerà passare perché non sei vestito in un certo modo: ed ecco che a un rave si presentano tanti individui dall’aspetto per niente canonico, dalla rasatura parziale o totale dei capelli ai dilatatori e ai numerosi piercing, dai colori fluo dei capelli agli accessori zebrati, leopardari o dai colori accesi. L’unica regola è rompere con i clichés che nella società dominante hanno creato quel “circolo di manipolazione” che l’unità del sistema stringe sempre di più. L’unica soluzione è riunirsi in quei luoghi che la civiltà stessa ha abbandonato senza ragione, riportandogli vita per una notte, una vita che pulsa nella sua forma più edonistica, e che in questi spazi improvvisati cerca di liberare i giovani dal peso dell’incertezza di un futuro che il sistema non è stato capace di stabilire e assicurare. La musica, nella sua capacità di unire tutti e annullare le differenze, spinge a condividere una gioia incontrollabile che va oltre il presunto utilizzo di droghe, e che, nel formare questo magico cerchio può, almeno per una notte, proteggere dagli orrori, dalle atrocità e dalla produzione in serie del mondo che sta fuori. Un villaggio tribale, globale, di massa, che non dipende né dalla legge dell’uomo né da quella dello spazio e del tempo che egli ha creato. Il rave è un tentativo di riscrivere il programma che è stato indottrinato a ognuno sin dalla nascita, una celebrazione della libertà, della tolleranza e dell’armonia: il bisogno che sfugge al controllo centrale viene trattenuto e diffuso da ogni coscienza individuale. “Ricordate che mentre potete fermare un qualsiasi party, in una qualsiasi notte, in una qualsiasi città, non riuscirete mai a spegnere il party intero. Non avete accesso a questo interruttore, non importa quello che pensate. La musica non si fermerà mai.” (Worldwide Raver’s Manifesto)


“Dalì. Un artista, un genio”. Il maestro visionario torna nella Capitale dopo 60 anni.


“Se giochi a fare un po’ il genio, poi lo diventi” disse un tempo Salvador Dalì. Un motto affermato e incarnato nella sua stessa figura: un artista nel vero senso della parola, amante e fautore di ogni forma estetica, capace di andare ben oltre quest’ultima e rappresentarne un contenuto senza limiti e senza regole imposte dalla pura razionalità. E’ proprio questo che fa insegnamento alla mostra allestita al Vittoriano, “Salvador Dalì. Un artista, un genio”. Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, dopo quasi sessant’anni dall’ultima retrospettiva, ritorna nella capitale una mostra grandiosa dedicata al celebre maestro catalano, e come afferma la stessa direttrice del “Centro per gli studi daliniani alla Fundaciò Gala-Salvador Dalì”, c’è da sottolineare l’importanza e la rarità di questo evento, che trova collaborazioni tra Spagna e Italia solo in occasione di progetti di una certa rilevanza. La mostra inaugurata nella capitale l’8 Marzo, che si protrarrà al Complesso del Vittoriano fino al 1° Luglio, segue un doppio filo conduttore: da un lato raccontare non solo il Dalì artista, ma anche il Dalì uomo, genio, schizofrenico, quella mente nutrita di un’immaginazione fuori controllo, spietatamente realista nella descrizione di ciò che tuttavia è altamente visionario; dall’altro vuole raccontare la storia “felice” tra Salvador Dalì e l’Italia. L’artista mancava a Roma dal 1954, anno della mostra a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, e qui potè finalmente ammirare dal vivo le opere dei Maestri rinascimentali, in particolare Raffaello, con cui tentò di confrontarsi per tutta la vita. Dunque Dalì frequentò a lungo l’Urbe e il nostro Paese, metabolizzandone le suggestioni e ricevendone continui spunti di ideazione e innovazione creativa, lavorando anche a progetti, costumi, scenografie, in collaborazione, fra l’altro, con Luchino Visconti. Da qui è facile dedurre le ascendenze italiane dei dipinti di Dalì, riscontrabili persino nei cartoon elaborati con Walt Disney, in cui le sculture dell’antichità e le atmosfere tipiche di Giorgio de Chirico e Gino Severini fanno da silenzioso protagonista. Genio dalle mille sfaccettature, abile raffiguratore e comunicatore, Dalì ha saputo mutare le umane angosce e le proprie personali manie in una ricerca meravigliosa, quel “meraviglioso” che lo stesso André Breton, teorico del Surrealismo, considerava il fine di ciò che possa essere degno di essere chiamato “arte”. La mostra, attraverso un percorso di ben 103 opere, tra cui olii, disegni e acquerelli, e più di 100 documenti tra filmati, lettere e oggetti, vuole tessere il filo eccentrico e affascinante che fa di Dalì uno degli artisti più famosi e amati della contemporaneità. Ma questa contemporaneità, come accoglie Dalì, frutto di quella stessa contemporaneità che ha risucchiato tutti noi nel vortice nel materialismo? Salvador Dalì ha avuto un successo che si è rivelato essere un’arma a doppio taglio: piace a tutti ma la sua interpretazione viene spesso fuorviata e ridotta a semplice stilismo da apprezzare in quanto tale. L’interpretazione è sempre una fusione di orizzonti, in cui la nostra lettura deve incrociarsi con ciò che ha prodotto l’oggetto, in questo caso l’opera d’arte. Da cosa nasce questa pittura onirica, fatta di slittamenti di senso, accociazioni libere e automatismo fantastico? Attraverso le scoperte freudiane del primo Novecento l’uomo venne messo di fronte alla verità su se stesso: quasi la totalità dei pensieri fluisce sotto il livello della coscienza. Davanti a ciò l’uomo, ma soprattutto l’artista contemporaneo, vede confermato il progressivo svuotamento dei valori occidentali, e vedendo sgretolarsi sotto gli occhi l’identità che la storia gli ha costruito, viene abbandonato ad una condizione di profondo ed “inquietante” estraniamento. La crisi che ha investito il soggetto e il suo senso di fiducia nel mondo, comprese le contraddizioni date da una società meccanizzata in cui gli oggetti prodotti dall’uomo hanno ormai il controllo sull’uomo stesso, ha manifestato tutti i sintomi del disagio interiore di fronte ad uno spaccato storico-sociale fondato su valori borghesi e positivistici, risolvendosi costruttivamente nell’ “espressione”, nella proiezione di esigenze interne pure verso l’esterno: in tal modo l’io si sospende e cede la parola ad una realtà primigenia e astratta. Come avrebbe potuto l’artista, insofferente nei confronti di questo sistema, adottarne i valori? Bisognava dar vita ad un nuovo sistema di idee: Salvador Dalì ne è stato il supremo creatore, produttore di linguaggi diversi e originali, mistici e inconoscibili, cercando di svelarne al mondo l’essenza, a cui l’uomo ordinario il più delle volte non può accedere perché collocato dietro le apparenze.

domenica 11 marzo 2012

Cosplay: quando la realtà insegue la fantasia


Roma: Immaginate che il vostro personaggio di fumetti preferito non sia solo un disegno relegato tra le pagine inchiostrate di un volume tenuto con cura nella vostra libreria, che egli potesse prendere vita con fattezze congeniali a quella che si dice “realtà”. Non è la trama di un film di fantasia, è il Cosplay. Il Romacomics 2012 , come ogni anno, è stato segnato dalla presenza di costumi colorati e ricchi di dettagli che contornano lo scenario dei classici appassionati di fumettologia ; gruppi sempre più folti si uniscono alle manifestazioni nazionali dando vita al loro personaggio preferito, e sempre più spettatori sono attratti dalla vetrina dei cosplayers. Il fenomeno, che ormai sta prendendo piede tra le nuove generazioni diventando un’identità culturale, ha origini giapponesi ( dal termine Kosupure, “Kosplè” ) e ha come complice l’usanza e la veloce diffusione dei Giochi di Ruolo dal vivo. Cosplay, “ costume play” ovvero “recita in costume”, consiste nell’indossare un costume di un personaggio manga, ma anche anime, videogiochi , film, serie tv e J-rock, per interpretarne il modo di agire. Una vera gara ludica e non per chi si cimenta nel costume più amato, riconosciuto, fedele alle caratteristiche e, perché no, anche fotografato dalle centinaia di persone incuriosite e catturate da questi personaggi improvvisamente catapultati nel mondo della realtà e che sembrano appena usciti dagli stand di fumetti e videogiochi esposti alla fiera. Ma perché il cosplay? Nonostante agli occhi dei tanti possa nascondere un desiderio infantile e la ricerca di un’identità con cui empatizzare, conserva una sorta di mistero e nasconde tanti punti di vista diversi al suo interno: c’è chi lo considera un semplice passatempo, chi lo pratica ogni tanto e chi giorno e notte, chi lo vive come un fatto personale e serio. Fatto sta che chiamarla arte non è poi così azzardato; tralaltro la naturale propensione dei cosplayers è quella di realizzare da sé i costumi, per creare dettagli e personalità che ricalchino non sono il carattere da mettere in scena, ma anche le proprie connotazioni fisiche e spinte emotive personali, dal momento che converrebbe essere il più vicino possibile e predisposto in parte alla somiglianza con colui di cui si vestirà i panni ( a questo resistono quelle eccezioni di neofiti o persone troppo pigre per cogliere lo spirito del “gioco”). Dietro tutto ciò non c’è solo desiderio di apparire, ma anche passione, condivisione e voglia di creare una cerchia di affini, un gruppo distintivo dove ritrovarsi tra chi considera la fantasia degna quanto la realtà. A conclusione, non c’è da stupirsi che il cosplay abbia acquisito una grandissima notorietà mediatica e sia diventata anche, erroneamente, una moda. Se un tempo eravamo noi ad alienarci dalla realtà per vivere nella fantasia come i nostri amati personaggi, ora sono loro che vengono a cercarci per farci vivere la realtà come qualcosa di fantastico. Il Romacomics 2012 , come ogni anno, è stato segnato dalla presenza di costumi colorati e ricchi di dettagli che contornavano lo scenario dei classici appassionati di fumettologia ; gruppi sempre più folti si uniscono alle manifestazioni nazionali dando vita al loro personaggio preferito e sempre più spettatori sono attratti dalla vetrina dei cospalyers. Il fenomeno, che sta prendendo ormai piede tra le nuove generazioni e che è diventato un’identità culturale, ha origini giapponesi e suona con il termine KOSUPURE ( Kosplè) ed ha come complice l’usanza e la veloce diffusione dei Giochi di Ruolo dal vivo. Cosplay, “ costume play” ovvero “recita in costume”, consiste nell’indossare un costume di un personaggio manga, ma anche anime, videogiochi , film, serie tv e J-rock, e interpretarne il modo di agire. Una vera gara ludica e non per chi si cimenta nel costume più amato, riconosciuto, fedele alle caratteristiche e, perché no, anche fotografato dalle centinaia di persone incuriosite e catturate da questi personaggi improvvisamente catapultati nel mondo della realtà e che sembrano appena usciti dagli stand di fumetti e videogiochi esposti alla fiera. Ma perché il cosplay? Nonostante agli occhi dei tanti possa nascondere un desiderio infantile e la ricerca di un’identità con cui empatizzare, conserva una sorta di mistero e nasconde tanti punti di vista diversi al suo interno: c’è chi lo considera un semplice passatempo, chi lo pratica ogni tanto o chi giorno e notte, chi la vive come una cosa personale e seria. Fatto sta che chiamarla arte non è poi così azzardato, inoltre la naturale propensione di cosplayers è quella di fare da sé i costumi per creare dettagli e personalità congeniali non sono al carattere da mettere in scena, ma anche alle proprie connotazioni fisiche e spinte emotive personali dal momento che converrebbe essere il più vicino possibile e predisposto in parte alla somiglianza con colui di cui si vestirà i panni ( a questo esistono quelle eccezioni di neofiti o persone troppo pigre per cogliere lo spirito del “gioco”). Dietro tutto ciò non c’è solo voglia di apparire, ma passione, condivisione e voglia di creare una cerchia di affini, insomma una gruppo distintivo dove ritrovarsi tra chi considera la fantasia degna quanto la realtà. A conclusione non c’è da stupirsi se il cosplay abbia acquisito una grandissima notorietà mediatica e sia diventata anche, erroneamente, una moda. E se un tempo eravamo noi ad alienarci dalla realtà per vivere nella fantasia come i nostri amati personaggi, ora sono loro che vengono a cercarci per farci vivere la realtà come una fantasia.
Francesca Pellegrino


martedì 6 marzo 2012

Hipsteria: una tendenza indie-screta.







Li vediamo passeggiare per strada con disinvoltura, aria di superiorità intellettuale e un certo distacco per l’ambiente circostante, come se dovessero prendere le distanze stesse dal proprio periodo storico: sono gli hipster. Sicuramente il fatto di affibbiare loro un’etichetta non andrà giù a molti, ma di fatto, se un unico concetto è arrivato a racchiudere vari atteggiamenti e modi di essere/apparire c’è sempre un perché. Per alcuni i cosiddetti hipster sono solitamente dei giovani universitari altamente pretenziosi, influenzati da alcune correnti (ma soprattutto contro-correnti) culturali e musicali, riflesse automaticamente nello stile “personale”. Da sempre un binomio vincente, la moda e la musica sono tra le forme artistiche più contaminate, e il trend musicale impone naturalmente ritmo, simbolico e fisico, alle tendenze urbane, dando spunti, suggestioni, e talvolta un pizzico di follia e trasgressione: forse è questo l’arricchimento ambito dagli hipster? Ispirati all’ “indie rock”, da sempre considerato un genere musicale di nicchia, manifestano esattamente questo carattere di anticonformismo e indipendenza a qualsiasi livello, in modo un po’ “aristoide”, come per stravolgere i canoni estetici predominanti. 
Ed ecco che si punta a un abbigliamento che voglia apparire superficiale per se stesso, che dia l'idea di essere stato scelto senza pensarci troppo su: un’esasperazione che sfocia in un vero e proprio conformismo, che detta legge sulla musica da ascoltare e sugli indumenti da indossare. Non che ci sia nulla di male, ma d’altronde evitare un’etichetta, seppur varia, per il pregiudizio dell’etichetta in sé non è un po’ troppo mainstream? Sta di fatto che accanto all’identificazione musicale e al desiderio di “autarkèia”, si è sviluppata, soprattutto negli ultimi dieci anni, un’etica indie a forte impronta culturale che a tratti sfocia paradossalmente nello snobbismo più inquadrato. L’immaginario indie è costellato di film e pellicole indipendenti, nonché di adorazione per alcuni dei registi più conosciuti ( Tarantino, Godard, Truffaut, Allen, Nolan, Sofia Coppola, Antonioni ) e per la letteratura post-moderna, come le opere di Charles Bukowski, e francese, soprattutto gli esistenzialisti Camus e Sartre, nonché le poesie di Baudelaire e Rimbaud. Skinny pants e occhiali nerd, vintage o Wayfarer (un po’ commerciali, non trovate?), mentre per le scarpe, maschili o femminili, le regole sono due: suola ultrapiatta e stile minimal; per completare il look, perfetti i cardigan larghi e vissuti (alcuni sembrano appena usciti da un lavaggio sbagliato) camicie grunge di flanella, t-shirt anni ’70, barbetta incolta per gli uomini e capelli spettinati o quasi per le donne. Gli hipster, in sostanza, si battono contro il mainstream, contro tutto ciò che è tendenza, che è popolare e di successo (indipendentemente dal fatto che tale successo sia meritato o meno), sono la rivendicazione dell’ indie rock e del kitch modaiolo, attuando una ricerca dell'originalità degna di lode. Purtroppo gli occhialoni giganti e l'urban fashion sono ormai andati a costituire quella stessa moda contro cui dovrebbero andare: alla disperata ricerca di uno stile di vita indie, gli hipster sono purtroppo caduti nel nemico da loro più temuto, la catalogazione. Divenuti una delle tante espressioni della creatività giovanile, la moda e la società li hanno ormai ingabbiati in molteplici definizioni. Dunque il termine hipster è utilizzato si, ma in maniera contradditoria, rendendo difficile l'identificazione di una cultura precisa, perché essa è un mix di stili: la peculiarità degli hipster, infatti, è la volontà di essere “inclassificabili”. Figlio ideale della retromania e dell’adorazione di tutto ciò che è vintage, l’indie potrebbe essere considerato anche la figura emergente della rete di significazioni scaturite dall’iper-realtà, concetto caro al filofoso francese Jean Baudrillard: tra conoscenza del mondo informatico, arti figurative, design, passato tech (fotocamere lomografiche, videogames a 8bit, graphic novels), gli hipster hanno costruito un piccolo universo di ricordi, revisionismi e perpetuo citazionismo, un background culturale nel quale si muovono dinamicamente, rendendoli animali urbani e cosmopoliti, ma fagocitando la soggettività individuale.



sabato 25 febbraio 2012

Ispirazioni barocche: un sontuoso invito a corte.



Stupire, meravigliare e dare nuova luce ai particolari, tra damaschi e decori iperbolici, per abiti e accessori spettacolari: un vero e proprio invito a corte. Una delle tendenze delle passerelle di quest’anno porta avanti il concetto tanto semplice quanto ricco di tradizione, combinata alle irrinunciabili novità. La sfilata spring - summer 2012 di Roberto Cavalli, presentata sulle passerelle di Milano Moda Donna, definisce un'immagine estremamente sofisticata e femminile, che rimanda immediatamente al lusso tipico dell’età barocca. La silhouette della collezione è definita dall’incontro tra linearità e perfezione dei capi, ispirati alla ricchezza barocca, riflessa sia negli abiti che nelle micro gonne. Gli abiti lunghi seguono la forma del corpo, realizzati con intarsi di pizzo e arricchiti con ricami applicati sui fianchi, abbinati a giacche dal taglio sartoriale o a gilet con spalle imbottite dalla linea asciutta. Giacche in seta stampata con animali fantastici sono illuminate da ricami che seguono il disegno della stampa rendendolo tridimensionale, mentre le stampe riportano macro fiori o  motivi animalier, impreziositi da ricami dorati su seta, proprio come il tessuto damascato tipico del barocco: le parole chiave sono lusso e ostentazione. Con questa collezione debutta anche la borsa Florence, creata come atto d'amore dello stilista per la sua città, ma non solo, perché nulla viene lasciato al caso: Firenze infatti, ancora prima che venisse inaugurato lo stile tipicamente barocco, si aprì al gusto internazionale grazie a una figura di spicco e innovazione, Eleonora di Toledo. L’arrivo di Eleonora a Firenze, come giovane sposa di Cosimo de’ Medici, portò un nuovo clima in città. La moda fiorentina, dopo metà Cinquecento, era ancora sotto l’influenza del moralismo dei Savonarola, ma grazie allo stile dell’austera duchessa, a partire dalla sua corte per poi diffondersi nelle principali corti europee, vengono incentivati l’inclinazione al lusso e alle novità. Eleonora adottò uno stile per niente scontato, diventando un modello di misura e armonia per le sovrane successive e, a quanto pare, per gli stilisti dei nostri giorni: l’inaugurazione barocca fu un momento della storia in cui l'abito assume caratteristiche innaturali, poiché la sua funzione è quella di costruire forme ideali che cancellano il corpo reale. Ma nonostante la bella duchessa da una parte cancellasse con bustini strettissimi le forme tipiche della donna, faceva scandalo per i suoi orecchini nei lobi bucati, i cappelli piumati, gli abiti sportivi di foggia maschile, la zimarra di ispirazione turca: certe "eccentricità" trovavano spazio solo negli armadi delle prostitute. Il suo guardaroba ricchissimo, fatto di stoffe raffinate e decori opulenti, sembra essere riproposto anche a noi: la nuova collezione di borse Bulgari, ad esempio, è straordinariamente elegante e lussuosa, caratterizzata da decorazioni gioiello e colori magnifici, come il verde declinato in varie sfumature e pellami come il pitone. Il vero colpo d’occhio viene offerto dalle pochette: color panna realizzate in raso, decorate con cristalli e chiusura in oro, in tessuto viola con ricami e perline nere o in damasco abbellite da ricami floreali.  Una bellezza straordinaria, eppure severa e intransigente, un’immagine che restituisce alla perfezione l’indole volitiva e la fermezza di una donna senza mezze misure, proprio come nel noto dipinto di Agnolo Bronzino che ritrae l’altera duchessa Eleonora.

martedì 7 febbraio 2012

Candidamente romantico, sfacciatamente in contrasto: total white.



Panna montata, nuvole, meringa, pizzi, volant. Il romanticismo viene declinato questa stagione con un solo colore: il bianco. Con trasparenze che sfumano in seduzione o semplicemente puro e immacolato, il bianco sembra oscurare con il suo candore il fascino invernale del nero, in modo inafferrabile e tenue, delicato come un soffio. Allora cosa c’è da fare se non puntare sul bianco dalle mille sfaccettature? Non sono da escludere le altre nuances come il beige o il rosa salmone chiarissimo, romantiche, ingenue, fresche e innocenti, ma anche sfrontate e aggressive se abbinate impeccabilmente con accessori e dettagli in metallo o in pelle. Una femminilità sempre pronta a diffondere un’aura luminosa all’esterno e su ogni centimetro di pelle. Il bianco, simbolo di purezza ed innovazione, luce e tecnologia, funziona anche come neutralizzatore di stress e ansie, aiutando a disintossicarsi dalla vita frenetica e caotica della metropoli. Nulla di meglio dunque, che vestirsi come i fiocchi di neve nelle fredde giornate metropolitane. Per le donne che vogliono sentirsi più angeli che dark ladies, Derek Lam definisce la donna con linee essenziali, quasi celestiali; Emilio Pucci lascia libero sfogo ad una creatività romantica senza tempo attraverso pizzi principeschi e sontuose  balze; Laura Biagiotti riporta in auge la maxi camicia da usare come abitino ; Alberta Ferretti delinea un look più strettamente da spiaggia, o da calda estate in  città, con l’abito sottoveste: elegante, chiaro, perfetto la sera con un gioiello prezioso o un accessorio stravagante, passapartout il giorno. Anche se un tempo il bianco era il colore relegato al giorno delle nozze, oggi è tra le tinte più chic della palette cromatica, sopratutto durante la bella stagione che incalza sempre più velocemente, quando riflette i raggi del sole, mettendo in risalto la pelle chiarissima o ambrata, il biondo o il bruno, è il colore che fa per tutte, perchè adatto a ognuna e in ogni stagione, di giorno come di sera. Ogni colore ha una sua caratteristica, una vita propria. Quando lo si sceglie per indossarlo, in qualche modo, parla di noi. Per questa stagione si potrà scegliere tra un’infinità di colori da indossare, ma il bianco ha un’essenza molto particolare:  in realtà è un non-colore, o meglio, la somma dei colori e insieme il loro annullamento, come un’astrazione della mente il bianco ci regala un allure unica, chic, distaccata se totale. Infatti solitamente, se usato puro, spaventa e attrae contemporaneamente, è sublime. Perciò per sfoggiare un perfetto total white occorre molta classe e risolutezza. Chi avesse dubbi sul fatto che il bianco sia uno dei colori più trendy della stagione, dia un’occhiata alle collezioni: è questa  tinta “lunare”, nella sua facilità di abbinamento, nella sua estrema versatilità, ad avere un successo senza eguali. Puro come il latte, abbagliante come la luce, il bianco rapisce e affascina. Molte donne preferiscono non osare, perchè il bianco non ammette mediazioni, è assoluto per natura, non tollera leggerezze perché annulla i contorni ma da volume alla materia, non si mimetizza come il nero e non si offre agli sguardi come i colori, ed elegante lo è di suo. Altre ancora lo usano come un contrasto, una base, una fugace interruzione. Ma quali accessori abbinare ad un outfit total o parzialmente white? Perfetti quelli in cuoio o sughero per un look classico ed etnico, mentre chi ama sorprendere potrà accostare al bianco accessori argento e oro, oppure colorati fluo e laminati nei colori più accesi. Per una volta andare in bianco non è poi così male.